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giovedì 19 luglio 2018.
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Pantofole rosa chiaro
Racconto 1.
“Storie storte”
di Gasparino Rinhald
(Nomi di persone e luoghi sono puramente casuali)



Pantofole rosa chiaro

- È permesso? -
- Avanti! -
Odore d’acqua di colonia.
Seduta da una vita sul dondolo mi fece un breve cenno con la mano.
Deposi il pacchetto con lo zucchero sul tavolo. Salutai. Richiusi la porta.

Lei, la Teresina, non si era mai mossa da lì. Conseguenza della paralisi infantile. Passava le giornate a guardare dalla finestra. La testolina, impacchettata in una cuffia di raso bianco, girava di qua e di là come per assistere a una partita di tennis. Le labbra con un po’ di rossetto. L’essere ben messa, elegante, era uno sfizio che Teresina non nascondeva. Sulle ginocchia una bella trapunta blu con ricami a punto croce con motivi floreali. Le pantofole rosa con nastro oro spuntavano da sotto. Quelle pantofole m’incuriosivano. Avevano un non so che.

Era la quinta di cinque sorelle. Tutte belle sane e in forma. Solo lei la sfigata. Per questo la Maria, la Gina, la Giulia e la Novizia, la trattavano come una regina. Lei un po’ se ne compiaceva. Aveva ragione. Le cinque sorelle erano benestanti. Il padre “Luison” fece fortuna in Francia come vetraio. Gina, la “più donna”- il seno prosperoso lo attestava- si sposò con Gerolamo, lo stalliere, che grazie al matrimonio si accasò.
L’odore di stallatico, che emanava Gerolamo, infastidiva la Teresina.
L’acqua di colonia serviva ad addolcire l’aria pesante dello stanzone ma anche l’alito della sorella maggiore Maria che sapeva d’aglio. Lo mangiava crudo.
Teresina dalla finestra osservava la piazza. Vedeva la Clotilde che, puntualmente alle cinque pomeridiane, chiavi in mano, s’affrettava ad aprire la latteria del paese. Il Massimo con il metro penzolante dalle salopette che rientrava a casa. Fulvia, la moglie, che chiudeva il negozio di chincaglie.
Chiarella del bar sottostante che serviva i gelati.
Intorno alle dieci del mattino aspettava il Teodoro, postino in divisa con berretto duro e carrettone zeppo di buste e pacchi.
Poi Teresina leggeva e dormicchiava. Gina e Gerolamo erano sempre con lei. Se dormiva, la lasciavano dormire.
Un bel dì Gina la vide con il capo reclinato sulla spalla. La cuffia penzolante. Una posizione anomala per Teresina. La chiamò, cercò di svegliarla. Non rispose.
Teresina, da un momento all’altro fece, si fa per dire, il grande balzo... e passò a miglior vita. Ottantanove anni. Una bella età. Comunque morta.

I preparativi per il funerale li organizzò la Gina. Tutte in nero le sorelle.
Gerolamo con l’abito scuro e la camicia buona con cravatta.
Le visite si susseguivano. Le chiacchere anche.
- Perché le avete messo la pelliccia? -
- Perché non prenda freddo. - Rispondeva la Gina.
C’ero anch’io con mio padre che discuteva con Gerolamo della scarsa vendemmia, causa la tempestata. Quando arrivò Igor, il medico slavo proprietario della clinica, tutti in piedi.
Io seduto su una seggiola guardavo la morta e principalmente le pantofole rosa con nastro dorato. La bara in mogano stagionato di qualità. Quattro candelabri come fossero le sorelle a vegliare la morta. Un secchiello con l’acqua Santa. Un pennellone per l’asperges.
In una tazza bruciava l’incenso portato da Isaia il sacrista.
Acqua di colonia, stallatico, incenso... fantastico miscuglio olfattivo. Il più triste era Gerolamo. Lui, dopotutto, aveva trovato l’oro in quella casa e un po’ di lacrime, per riconoscenza, doveva versarle.
Agli odori d’acqua di colonia, di stallatico e d’incenso s’aggiungeva anche quello del caffè. Caffè forte servito con la grappa del Mario. C’era chi beveva solo la grappa, come il Leo che poi, addormentato, doveva essere accompagnato a casa.

Era venerdì. Alle nove in punto, accompagnato dall’ Isaia e dai chierichetti, Camillo e il sottoscritto, bussò alla porta Don Corrado. Tutto nero con la stola penzoloni e il messale salì le scale. Quattro chiacchere di circostanza con i parenti. Aprì il messale spostando il segnacolo viola all’interno. Sottovoce borbottò in latino.
Camillo con il fumoso turibolo che sbatteva qua e là, io con la navicella stracolma d’incenso. Guardai per l’ultima volta le pantofole rosa della Teresina. Peccato che finiscano sottoterra... pensai. A un cenno del Don, Isaia chiuse la bara e quattro forzuti, anche se la Teresina era una donnina, la sollevarono, scesero le scale, si trovarono in piazza.
Un bel gruppo di persone attendeva la Teresina. Tutti le volevano bene.

In testa al corteo, con la croce grande, il Mario, priore dei confratelli con il camice lungo bianco. Poi il Don con i chierichetti. Dietro la bara e i parenti. Le quattro sorelle, coperte dal velo nero, si tenevano sottobraccio. Appartato il Gerolamo. Passato il centro del paese incominciava la salita. Non comoda. I quattro con la bara sbuffavano. Altri volonterosi davano loro il cambio. Il “Requiem” del Don ripetuto all’inverosimile si confondeva con il rintocco del campanone della Parrocchiale.

Su un tavolo nella navata centrale della chiesa viene posta la bara. Il Don inizia la messa. Messa breve e poche parole di circostanza per ricordare la defunta.
L’Isaia e il Don s’affrettavano. Erano soliti fare così. Il primo aveva le vacche nella stalla che l’attendevano per la mungitura. Il secondo la partita a scopa nella bettola del Mario.

Il cigolio del cancello in ferro del cimitero innervosisce il Don.
- Metti un po’ d’olio - disse il Don a Isaia -.
- Non è la prima volta che te lo dico! -

La fossa è pronta in fondo a destra. L’Isaia l’ha preparata il giorno prima trovando un bel teschio tutt’intero. La bara è posta su due cavalletti vicino alla fossa. Dopo un Padre Nostro e un’Ave Maria, in coro con i presenti, e il classico “Miserere”, tutto è pronto per calar la bara.
Le quattro sorelle attonite guardano “il buco nero”.
Noi chierichetti a ridosso.
Il fosso profondo un paio di metri entra sotto il terreno.
Bisogna inclinare la bara per tumularla in modo corretto.
Afferrate le funi, agganciate alle maniglie del cofano, i quattro forzuti sollevano la bara inclinandola.
Silenzio tombale interrotto solo dallo scricchiolio del cavalletto.
- Ecco così va bene, cala pure! - Borbotta sottovoce uno dei quattro.
Poi, tutt’a un tratto, uno strano rumore, come una scivolata.
Il cofano mal chiuso dall’Isaia, si alza sul davanti della bara inclinata.
Sotto la spinta del cadavere della Teresina fuoriescono con grande sorpresa le pantofole rosa con nastro dorato.

Il Don che già sudava, sudò ancora di più e fulminò con uno sguardo Isaia.
Le quattro sorelle trattengono il respiro. Gerolamo ripiange.
- Gesù Cristo! - bestemmia incavolato l’Isaia
- Non ti sei mai mossa da viva ti muovi da morta! -

La Teresina impassibile nella cassa, aveva voluto dirci addio in un modo tutto suo.
Un addio con le pantofole rosa con nastro oro.
Requiescat in pace.

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Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.

PAOLO BORSELLINO

 
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