• 10671 Grot Ticino?
Cultura
venerdì 3 marzo 2017.
Visita al Cenacolo
di Teresio Bianchessi

A sorpresa, dopo freddo e nebbia, la chiesa di Santa Maria delle Grazie mi accoglie con un tiepido sole primaverile e la sua facciata, color mattone, si staglia, con nitido contrasto, nel bel cielo blu di Lombardia.
Sono lì, aggregato ad un gruppo, per la visita programmata al cenacolo di Leonardo da Vinci.
C’è animazione attorno, quella che trovi nelle piazze delle grandi città d’arte: Roma, Venezia, Firenze e comitive giapponesi, con bandierine, pazientemente attendono il loro turno.
A sorpresa, cinque minuti prima del previsto, un incaricato del museo ci invita ad entrare; questa puntualità svizzera la capiremo meglio dopo, quando tutti vorremmo sostare ancora un poco nel refettorio, ma ci obbligano ad uscire frettolosamente perché là, sull’uscio, c’è la nuova comitiva pronto a entrare. Una catena di montaggio, si giustificano; la programmazione delle visite non può che essere rigida perché il cenacolo è “sold out” tutto l’anno e allo sprovveduto, o al turista per caso, non resta che presentarsi all’alba alla biglietteria del museo e sperare in qualche defezione.
Ci accompagna una guida preparatissima e generosa di dettagli e curiosità. Al cenacolo c’ero già stato, erano gli anni ’70 (mamma mia quasi quarant’anni fa, possibile?) e ricordo che rimasi sorpreso nell’entrare in quel modesto e poco illuminato refettorio; anche allora potei sostare poco e ne uscii confuso forse a causa dell’esagerata aspettativa della vigilia, ma forse anche per impreparazione o per la giovane età.
Questa volta è diverso grazie alla guida che sa trasmetterci la grandezza dell’opera di Leonardo, che è geniale e incomparabile ai pittori del suo tempo proprio in virtù della poliedrica cultura dell’artista che conosce scienza, anatomia, fisica, medicina, prospettiva, fisiognomica e sa traferirle magistralmente sulla parete.
Il risultato: un quadro di assoluta perfezione che, appena si svela al mondo, estasia.
Tre punti luce illuminano sapientemente la scena; lo sfondo è un languido tramonto metafora del giorno e della vita che se ne va.
Centrale, catalizzante la figura di Gesù, mentre i volti degli apostoli, in gruppi da tre a tre a ricordare la Santissima Trinità, sono antologia d’umanità, di moti mentali e dell’anima.
Il volto di Giuda è in ombra, ma non è un contrasto di luce, quel fosco è il riflesso della sua anima perduta e, a presagire l’imminente sventura, ecco una saliera rovesciata davanti a lui.
La prospettiva tridimensionale del dipinto cattura quando ci si allontana dalla parete e, paradossalmente, solo staccandosi ci si avvicina e quasi ci si accomoda a tavola con quei commensali.

Conosceva anche l’acustica Leonardo e si capisce notando il diverso grado di attenzione dei dodici che declina dal centro alla periferia; si coglie osservando la scena con attenzione.
Sotto il tavolo sono visibili le gambe e i piedi dei convitati; mancano quelle di Gesù sacrificate dall’apertura di una porta sottostante, aperta ai tempi dai monaci domenicani per rendere agevole il passaggio fra le varie stanze del convento.
Sappiamo però dagli archivi, che i piedi di Cristo erano incrociati, sovrapposti, così come appare nell’iconografia della crocefissione.
Dobbiamo lasciare il refettorio, il tempo a nostra disposizione è finito; uscendo incontriamo sulla parete dirimpettaia all’ultima cena la “Crocefissione”, dipinto da Giovanni di Donato Montorfano, contemporaneo di Leonardo.
Vista in qualsiasi altro contesto, l’opera meraviglierebbe per drammaticità e potenza; lì nel refettorio sembra didattica e fungibile a cogliere la diversità fra i due artisti.


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“Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?”

Sant’Agostino

 
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