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Regionale
mercoledì 5 luglio 2017.
La Mesolcina: non solo una valle di transito
di Claudio Losa

Per la maggioranza dei turisti la Mesolcina è una valle di transito. Durante gli esodi primaverili o nelle vacanze estive pochi viaggiatori vi si fermano. Spesso la si attraversa soltanto perché i bollettini di viabilità riferiscono di lunghe colonne ai portali del San Gottardo. E coloro che scelgono di percorrerla lo fanno con gli occhi puntati sulla striscia d’asfalto dell’autostrada. Solo in pochi si fermano, ne osservano il paesaggio, provano a conoscerla meglio. La fretta di arrivare rende le persone dimentiche che, di un viaggio, la parte più preziosa non è tanto la meta quanto il percorso che ad essa ci porta. Sono soprattutto i posti più remoti, e forse in apparenza più ostili, ad ispirarci le riflessioni più profonde. La Mesolcina di posti da scoprire ne ha davvero tanti, ma bisogna prendersi il tempo di andarli a cercare. Il potenziale della valle è stato riconosciuto ed espresso da alcuni intellettuali che vi hanno fatto tappa in passato. A Roveredo Ugo Foscolo (1778-1827) ha trovato un porto di quiete prima di proseguire il suo viaggio di esiliato verso il nord delle Alpi. Lo storico prussiano Ferdinand Gregorovius (1821-1891), oltrepassando l’ospizio del San Bernardino, si sentiva afferrare dalla malinconia per essersi lasciato alle spalle l’Italia e l’italianità. Stando alle testimonianze, Antonio Fogazzaro (1842-1911) ha concepito il romanzo in versi Miranda in una sera nebbiosa presso le nevi eterne di San Bernardino. Heinrich Federer (1866-1928) ha paragonato la Mesolcina a una poesia della creazione, a un piccolo miracolo capace di fondere la dolcezza e il sole italiani con un goccio di rigore germanico. In una lettera agli amici il Premio Nobel Hermann Hesse (1877-1962) racconta di una defezione della sua automobile nei pressi di Mesocco, ma dalle sue righe, più che la rabbia per la panne, traspare la gratitudine per l’inaspettata sosta in un’osteria del villaggio. Infine, un altro Premio Nobel per la letteratura, lo svedese Eyvind Johnson (1900-1976), superando il passo del San Bernardino con la corriera, ricorda che il valico deve il suo nome a Bernardino da Siena che nel 15. secolo aveva inseguito e promosso l’ideale della riconciliazione tra gli uomini. Osservando le montagne attraverso una cortina di pioggia, Johnson avverte tutta l’attualità del pensiero del santo: anche gli anni a cui risale la sua testimonianza sono anni di divergenze, di contrasti, di incomprensioni. E non bisogna essere profeti per prevedere che l’ideale della riconciliazione è uno di quegli ideali destinati a rimanere irrealizzati ancora lungo. Rimane il rimpianto che il più illustre dei viaggiatori tedeschi, Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), nel suo percorso verso l’Italia, al passo del San Bernardino abbia preferito quello dello Spluga. Quello che accomuna questi viaggiatori non è tanto il fatto di aver scritto sulla Mesolcina quanto di esservici fermati, di aver osservato, di aver provato a capire meglio le bellezze meno immediate della valle, di aver mantenuto un’apertura di spirito nei confronti della novità. Da questa capacità di osservazione e dalla loro sensibilità di scrittori sono nate parole sconosciute al grande pubblico, ma di estrema preziosità per chi ha la fortuna di leggerle. La costruzione dell’autostrada e del traforo del San Bernardino negli anni Sessanta hanno forse raccorciato le distanze ma non hanno migliorato la reciproca conoscenza tra chi vive sui due versanti delle Alpi. Varrebbe davvero la pena mettersi sulle tracce degli intellettuali citati più sopra e provare a riscoprire la Mesolcina. Perché questo accada, però, bisogna abbandonare per un istante l’idea di giungere alla meta il più in fretta possibile. Solo chi si prende il tempo di osservare, trova infatti la forza di riflettere.

Claudio Losa

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“Ruba un chiodo, e sarai impiccato come malfattore; ruba un regno, e diventerai duca.”
CHUANG TZU

 
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