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Cultura
domenica 23 luglio 2017.
LA SOLITUDINE DELL’ANZIANO
di Teresio Bianchessi
LA SOLITUDINE DELL’ANZIANO

di
Teresio Bianchessi
www.teresiobianchessi.it
blog: teresiobianchessi.wordpress.com


Dato provato e certamente confortante, quello che attesta che la popolazione, un po’ in tutti i paesi del mondo, sta invecchiando.
Si vive di più.
Questa promettente longevità nasconde però insidie perché spesso, all’aumentata conta degli anni, fa da contro altare una qualità di vita non sempre desiderabile.
In tantissime famiglie, infatti, in questi nostri tempi di ostentato benessere, è presente il problema dell’anziano che, solo fin che è in salute e può aver cura di se stesso, prolunga una vita apparentemente serena.
I guai iniziano quando le forze cedono e, i figli, che a onor del vero conducono una vita ben più stressata dei loro padri, decidono di affidare il genitore ad una badante o, alternativamente, ricoverare l’anziano in una casa di riposo.
Ogni lettore credo conosca queste frequenti e delicate situazioni.
Dal canto mio raccontavo recentemente a un carissimo amico, di un’irriducibile novantaseienne che certamente detiene il record di badanti avendone licenziate, in poco più di tre anni, ben venticinque!
Nemmeno i presidenti di calcio sono riusciti a tanto!
Fuori dal primato credo che, per molti anziani, sia davvero faticoso accettare la nuova, subordinata situazione.
E’ il termine che non digeriscono: badante!
Badare? Badare a chi? A me che non ne ho nessun bisogno? Non voglio nessuno io in casa mia!
Quando inevitabilmente devono capitolare, scatenano “sull’intrusa” tutte le loro frustrazioni generazionali e, a quel punto, una forma malsana di rivalsa fa partorir loro ordini maniacali, divieti, dubbi, riserve, sospetti, rancori nei confronti di chi invece è li solo per accudirli.
Il conflitto mette a dura prova tutta la famiglia.
Ragionavo di questo con l’ amico e l’indomani, a sorpresa, ecco una sua mail che riporto fedelmente:
“Sai che per molto tempo (e ci penso ancora adesso) ho vagheggiato una casa famiglia per anziani, ne ho parlato con molti, ho scritto anche qualche cosa, guarda cosa avevo immaginato”:
a) vorrei poter respirare il profumo del fieno
b) non vorrei avere dai nipoti una ciotola di legno
c) vorrei fare l’ultimo tratto di strada della mia vita con buoni amici e conoscenti
d) non vorrei finire all’ospizio e vagare di notte nei corridoi, disilluso o disperato (non cercate conferma a chi l’esperienza l’ha vissuta, non può più rispondere)
Se la pensi così, varca il portone di questo piccolo villaggio”.
Un piccolo villaggio per anziani, alternativo alla badante e alla casa di riposo!
Provo a interpretare criticamente il testo della mail.
“... vorrei poter respirare il profumo del fieno... ”:
Sottintende di certo che il “rifugio” deve trovarsi in aperta campagna, immerso nel creato così da avere la carezza delle brezze mattutine, il bacio del sole, la consolazione della pioggia, le parole sussurrate dal vento.
“... non vorrei avere dai nipoti una ciotola di legno...”:
Rimanda ad una lettura educativa che i maestri suggerivano agli scolari di un tempo.
Narrava la storia di un nonno che, complice il tremolio senile, faceva cadere la sua scodella di ceramica che andava in frantumi, e di nipoti che prontamente la sostituivano con ... l’infrangibile ciotola di legno.
Il nonno ne soffrì molto e commentava in cuor suo: “Le ciotole si danno ai cani”.
“... vorrei fare l’ultimo tratto di strada della mia vita con buoni amici e conoscenti...”:
Comprensibile, comprensibilissimo il desiderio di voler fare l’ultimo tratto di strada con buoni amici e conoscenti con i quali si è condivisa la stessa visione del quotidiano così che la memoria comune rinsalda, insieme al tutto, anche il poco che resta.
“... non vorrei finire all’ospizio e vagare di notte, nei corridoi, disilluso o disperato (non cercate conferma a chi l’esperienza l’ha vissuta, non può più rispondere...”:
Basta varcare qualsiasi ospizio per cogliere la tragedia dell’anziano drammaticamente spogliato della sua personale storia e costretto a confrontarsi con ignote vicende altrui delle quali spesso non ne intende nemmeno il senso.
“... se la pensi così, varca il portone di questo piccolo villaggio...”:
E’ l’invito dell’amico che però, in tutta franchezza e onestà, mi ha svelato che il tentativo di realizzare questo sogno ha incontrato solo diffidenze e che il commento più tenero è stato quello che l’ha definito utopico.
Utopico certo, perché l’ostacolo più duro da superare è il futuro.
Quale futuro, infatti, per l’anziano che ha ottanta, novant’anni?
Drammatica si avverte l’assenza di prospettiva.
Le parole di un salmo però aiutano a superare lo smarrimento: “... insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore...".
Il suggerimento è concreto e ci ricorda che il futuro di ogni uomo è l’eterno, irrinunciabile presente che ci appartiene sino all’ultimo respiro e ci riserva, e ancora ci gratifica, di vita vera.

A Gabriele, infine, così si chiama l’amico, che ancora crede nella sua utopia, dico che “piccoli villaggi” da lui ipotizzati esistono: sono fra fortunate mura domestiche la dove, coppie anziane, se pur in salute precaria, con saggezza e serenità, contano e godono dei loro lunghissimi giorni, sostenuti con garbo e discrezione... da figli, buoni amici e conoscenti.

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