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Cultura
giovedì 17 agosto 2017.
FATICA SUI MONTI: “LA CARBONAIA”
di Teresio Bianchessi
FATICA SUI MONTI: “LA CARBONAIA”

di
Teresio Bianchessi
www.teresiobianchessi.it
blog: teresiobianchessi.wordpress.com




Da sempre prediligo per le vacanze estive luoghi tranquilli, piccoli borghi lontani dal caos della città ed evito anche le decantate località turistiche che, proprio in estate, presentano tutti i disagi dai quali volevi allontanarti.
Anche quest’anno quindi mi sono rifugiato nell’entro terra ligure, sull’alta via del sale, nella piccola frazione di Calizzano detta “Il Bosco” e qui la sera, sulla panchina antistante la seicentesca chiesetta di San Giacomo, indugio in chiacchiere con i residenti e spesso succede che questi dialoghi notturni sotto il cielo stellato, attingano alla memoria, ai ricordi di gioventù, ai tempi passati.
E’ così che l’altra sera chiacchierando del più e del meno, l’amico Pinuccio è riandato col pensiero ad una fatica che, ancora lui bambino, si consumava su questi monti: la “carbonaia”.
Succedeva a quei tempi che, per arrotondare il misero reddito dei campi e raggranellare qualche lira, si acquistava dal Comune, all’incanto, il diritto di utilizzare una fascia di montagna per tagliare legna e produrre carbone; il periodo dell’assegnazione del lotto coincideva con il tempo adatto al taglio degli alberi, ovvero verso aprile prima che le piante fogliassero, o in autunno quando si spogliavano.
Era prevalentemente una dura fatica solitaria: il boscaiolo, deciso il periodo, attaccava alla mucca il “trasin”, rudimentale carro senza ruote, dove caricava pale, zappe picconi di ogni forma e dimensione e la sacca dove la moglie aveva riposto castagne secche, formaggette, pagnotte, un fiasco di vino, una coperta.
Prendeva la strada dei monti spesso accompagnato dal figlio più grandicello che avrebbe riportato a valle la mucca e che, per non sprecare il viaggio di ritorno, sarebbe sceso con il “trasin” carico di legna raccolta nel bosco.
Il cammino poteva durare anche alcune ore; sovente saliva anche una capretta che sarebbe stata sua unica compagna, gli avrebbe fornito quotidianamente il latte per colazione e per fare formaggio e, pascolando, avrebbe tenuta pulita la piazzola di lavoro.
Una volta arrivato nel luogo assegnato doveva individuare lo spazio ideale per la carbonaia, possibilmente in piano e vicino ad una sorgente d’acqua, dopo di che iniziava a dissodare il terreno ed erano sforzi e sudore perché capitava di dover sradicare radici profonde, ceppi enormi per avere a disposizione lo spiazzo necessario.
A quel punto iniziava ad abbattere gli alberi che cadevano a terra spaventando gli animali del bosco, poi con scure ed accetta liberava dai tronchi i rami: i primi venivano portati poi a valle e utilizzati per ottenere assi e travi per costruzioni, la ramaglia invece utilizzata proprio per alimentare la carbonaia.
Erano altri giorni di faticoso lavoro.
Nel frattempo doveva pensare anche alla logistica; eccolo allora impegnato, utilizzando il legname a disposizione, nella costruzione di una rudimentale capanna dove ripararsi la notte e che, a volte, lo proteggeva da improvvisi e paurosi temporali diurni.
Solo a questo punto iniziava la costruzione vera e propria della carbonaia.
I rami più grossi venivano smezzati con l’accetta per renderli piatti in modo da poterli incrociare tra di loro ed alzare così un vero camino che poteva salire sino a 4 metri e, sui quattro lati, venivamo appoggiati, con geometrica maestria, i rami tondi.
Era un lavoro certosino, richiedeva precisione perché i legni dovevano essere ben uniti e compatti, bisognava, infatti, disegnare tanti giri concentrici e l’operazione era relativamente agevole nella parte più bassa, difficile, molto più difficile collocare quelli nella parte alta.
Quando il lavoro era fatto a regola d’arte la carbonaia finiva con l’assomigliare ad una tonda ed elegante cupola che finiva per occupare maestosamente l’intero piazzale.
Bisognava ora rastrellare la foglia abbondante nel bosco e appoggiarla alla struttura, questa pellicola vegetale veniva poi fissata con della terra umida, spesso utilizzando anche le zolle rimosse dalle scorribande notturne dei cinghiali.
Se al malcapitato era toccata in sorte una zona pietrosa, rocciosa, questa fase di lavoro risultava assolutamente sfiancante perché per reperire il fabbisogno di terra necessario, doveva o spostarsi lontano o andare di piccone.
Per cementare questo impasto ecco infine che occorreva l’acqua in quanto tutta la parete della carbonaia andava bagnata e avvantaggiato era colui che nei pressi disponeva di una sorgente, di una pozza, di un rivolo.
La costruzione a questo punto è terminata, il tutto ermeticamente sigillato, salvo il comignolo in alto che rimane aperto per permettere di avviare il fuoco.
In un angolo riparato del piazzale si è bruciata della legna ed ora è disponibile abbondante brace, si riempiono rudimentali secchi di latta poi, utilizzando una scala, anche questa costruita li sul posto con rami di castagno smezzati e forati per ricevere i pioli, si getta il fuoco nella carbonaia per avviare la combustione.
Da qui in avanti è fondamentale alimentare con costanza il fuoco che inizia a bruciare le parti più basse e via via risale.
Non c’è tregua nemmeno la notte, ci si può concedere solo qualche pisolo, bisogna vigilare anche per evitare rischi di incendio, peraltro, grazie alla maestria degli addetti, a memoria d’uomo, non se ne ricorda uno.
Il boscaiolo a questo punto ha già trascorso più di due settimane solitarie e faticose sui monti.
Ora la legna deve carbonizzare, il fuoco deve essere moderato, non deve fare fiamma perché potrebbe aprire dei fori sulle pareti esterne e questo rischierebbe di far crollare la carbonaia.
Per scongiurare il pericolo si praticano piccoli fori per sfiatare la camera interna e da queste fessure fuoriusce fumo da più parti che incuriosisce e diverte i bambini occasionalmente in visita, perché assomigliano a comignoli di un grande condominio.


Anche i bambini svolgevano un ruolo nel periodo della carbonaia soprattutto se, fortunatamente, era relativamente vicina: le madri davano ai figli o alle figlie più grandicelli il pranzo, l’acqua, un po di vino, da portare lassù al papà impegnato nel lavoro.
Quando infine braci e ceneri raggiungevano la parte alta del camino il lavoro poteva dirsi ultimato ed era trascorso a quel punto un mese abbondante.
Si procedeva ora con dei secchi d’acqua allo spegnimento del fuoco, si raffreddava la carbonaia, si rimuoveva la copertura di foglie e terra che venivano ammucchiate in un lato dello spiazzo e finalmente, dopo tanta fatica, veniva estratto il legno carbonizzato che, si diceva, doveva... cantare, ovvero scricchiolare sotto le mani del boscaiolo.
Se avveniva, voleva dire che era stato fatto un buon lavoro e che la qualità del carbone era buona.
Il mese passato nel bosco ad accudire la carbonaia, riduceva il poveruomo nero proprio come il... carbon!
Il prezioso “raccolto” veniva ora allargato sul piazzale, lasciato li uno o due giorni a raffreddare, poi veniva sminuzzato e infilato in sacchi di iuta pronto per il trasporto a valle che avveniva con dei carri se il luogo era facilmente accessibile, ma più spesso i sacchi venivano caricati in groppa ai muli che in lenta carovana portavano il carico a valle.
Ora bisogna monetizzare la fatica e il reddito aggiuntivo arriva dai commercianti della riviera che acquistano in toto il carbone per poi a loro volta rivenderlo ai ristoranti giù a mare che lo utilizzano per la cucina sui fornelli dei tempi, grigliando prevalentemente pesce e verdure.
Dopo un mese di fatiche, di solitudine, di notti insonni, di intemperie, di stenti, di privazioni, finalmente il boscaiolo può coricarsi nel suo letto, dormire la notte intera, mangiare polenta bianca seduto comodo al tavolo della cucina, scaldarsi al fuoco.
Sul monte è rimasta una macchia bruciacchiata, nera e i “carbonai” sanno che proprio in quel luogo, a distanza di un paio d’anni, nasceranno i “bulegni”, funghi chiodini violacei e saporitissimi.
Miracoli della natura.
Sulla piazzetta di San Giacomo, assieme al buio è scesa l’attesa frescura dai monti, la luna rischiara l’umile campanile della chiesetta, ci si saluta, notte, buona notte e inevitabilmente il racconto di Pinuccio rimanda a quelle passate lassù dal laborioso boscaiolo.
Di questa attività si ha memoria sino ai primi anni ’60; ora, di tanto in tanto, si rivede una rappresentazione di quella fatica nelle feste ferragostane in valle.
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Pensa sempre a quanto è lungo l’inverno.

Marco Porcio Catone (il Censore)

 
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