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Editoriale
lunedì 30 ottobre 2017.
PER DISCERNERE, DEVI LEGGERE
di Teresio Bianchessi

La Treccani così definisce il termine “discernimento”:
“…Il discernere con i sensi o con l’intelletto… del vero dal falso. Più spesso, la facoltà e l’esercizio del discernere, cioè del distinguere il bene e il male, e per estensione: giudizio, criterio…”.
In tempi di zapping, di continuo e frenetico cambio di canali televisivi e di dibattiti che si contrappongono e si accavallano in modo sboccato, come può trovare spazio il faticoso esercizio del discernimento?
E’ da un po’ che il termine mi frulla in testa e sempre mi si presenta come un’ancora di salvezza, un salvagente per evitare naufragi in questo mondo schizzato dove le notizie, anche quelle provenienti da canali che dovrebbero essere attendibili, risultano vere la mattina, false la sera.
Dà pace il discernimento perché procede lentamente, passo dopo passo, indaga, trova la prova e la controprova, intuisce con chiarezza origini e cause di quello che si vuol giudicare, non ha preconcetti, è capace di mettersi nei panni degli altri e, frequentemente, nel tortuoso e conflittuale cammino quotidiano, regala molta serenità poiché, completata l’analisi, porta più a capire che a condannare.
Se vuoi discernere, devi faticare, scavare nelle pieghe, individuare ciò che è nascosto sotto, dietro, annusare senza ribrezzo gli odori della vita tua e quella degli altri.
Se vuoi discernere una verità, un dramma sociale, un conflitto, uno scandalo devi documentarti, stare ore e giorni su testi attendibili di autori magari diversi tra loro ma onesti, coerenti e, alla fine, se il tuo cuore è puro, troverai quel che cercavi.
Se però vuoi imparare, sì imparare a discernere per meglio affrontare l’imprevedibilità della vita (è pratica questa ardua e sottile) devi leggere molto, di tutto se possibile e se lo farai ti accorgerai quanto sterminato è il sapere e quanto affascinante è incamminarsi e perdersi nei suoi tortuosi sentieri che sempre però ti porteranno al tuo verde prato dove potrai sostare, schiena appoggiata ad una quercia, a gustarti un nuovo romanzo o l’ultimo saggio, una favola, una lirica.
Girata una pagina, la voglia di sfogliarne un’altra, riposto a scaffale un libro, di nuovo un’altro sul comodino, da giovane, da vecchio, sempre, per accorgerti che il “leggere” ti avrà plasmato e rafforzato a tal punto da frapporre la giusta distanza fra te e il fracasso martellante di chi, anziché farti discernere, vuole solo confonderti.

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