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Regionale
mercoledì 20 dicembre 2017.
Il 4 marzo vota no
a cura del sindacato SSM

Pubblichiamo i testi dei vari interventi della manifestazione organizzata dal sindacato svizzero dei mass media.

Care colleghe, cari colleghi, care amiche e amici del servizio pubblico radiotelevisivo,
siamo qui oggi per fare una cosa che non avremmo mai immaginato di dover fare.
Siamo qui per difendere l’esistenza di un patrimonio comune, di un bene di cui ogni paese libero è dotato, e che considera elemento centrale della propria identità, nonché strumento di coesione nazionale: la radiotelevisione di servizio pubblico.
Per ragioni difficilmente comprensibili è proprio la Svizzera, paese che forse più di ogni altro è basato su una convivenza non facile, che va continuamente ridefinita e ricostruita, il primo paese al mondo a mettere in discussione l’utilità e l’importanza di uno strumento che altri popoli difendono gelosamente.
Ma siamo qui anche per anticipare, con l’immaginazione, uno scenario drammatico, che mai avremmo pensato di dover temere.
Lo scenario che ci troveremo davanti il primo gennaio 2019, quando – nel caso dovesse venir accettata – l’iniziativa No Billag esplicherà tutti i suoi malefici, spietati effetti: l’inesorabile chiusura definitiva delle porte che abbiamo dietro di noi, e di quelle di tutte le altre radio e televisioni pubbliche e di quasi tutte quelle private in Svizzera.
Solo qui, a Comano (e a Besso), oltre 1100 colleghi e colleghe perderanno il proprio posto di lavoro, e numerose aziende private perderanno il loro più importante cliente.
Redattori e redattrici, animatori, cameramen, autisti, tecnici, programmisti musicali, pittori, sarte, falegnami, registi, scenografi, segretarie, assistenti, impiegati e altri lavoratori di ben 60 professioni diverse, che non hanno altro torto se non quello di fare onestamente e seriamente il proprio lavoro per un giusto compenso, vedranno cambiare drasticamente la loro vita e quella delle loro famiglie.
L’economia della Svizzera italiana non è in grado di offrire un’occupazione alternativa a queste persone. Il loro destino, il nostro destino, sarebbe la disoccupazione. Va detto forte e chiaro, senza se e senza ma.
Nessun piano B è possibile. Chi sostiene il contrario dovrebbe presentare proposte credibili, che finora non si sono viste. E se anche un piano B fosse immaginabile, potrebbe al massimo ridare lavoro ad una minima parte delle persone licenziate.
Grazie alla solidarietà confederale l’economia delle Svizzera italiana riceve dal Nord delle Alpi, dai nostri concittadini confederati più di 200 milioni ogni anno.
Questi 200 milioni, attraverso gli stipendi, pagano la spesa nei negozi, la fattura del meccanico, la bolletta del gas, il biglietto del cinema, le imposte federali, cantonali e comunali. Sono linfa vitale per i commerci e per lo Stato. E se questa fonte dovesse inaridirsi il danno per le finanze cantonali sarebbe ancora maggiore, perché oltre alle mancate entrate la collettività dovrebbe accollarsi anche le indennità di disoccupazione e i costi sociali, magari anche di assistenza, per un numero di persone mai visto prima alle nostre latitudini. Vale la pena rischiare di provocare tutto questo solo per dare, come dicono alcuni, “una lezione” alla RSI?
Come ogni organizzazione, come ogni azienda, anche la RSI non è perfetta, e non è un mistero per nessuno che anche il nostro Sindacato è spesso critico con la direzione. Ma questo fatto è in una certa misura fisiologico. Fa parte della dialettica sociale. La difesa delle condizioni di lavoro del personale non si può fare solo nel consenso, senza un minimo di conflitto. Se così non fosse né il sindacato né la RSI farebbero bene il proprio lavoro.
Sarebbe un gesto sciagurato quello di distruggere un bene comune, solo perché qualche aspetto del suo operato non ci aggrada. Criticare è lecito, ma non lo si può certo fare con una RSI che non esiste più.
Sostenendo questa iniziativa chi si dice nemico della globalizzazione è pronto a regalare la Svizzera italiana alle reti commerciali e ai grandi siti online, che di ogni identità e di ogni differenza sono il principale nemico.
Chi si dice difensore degli interessi della regione e del cantone è pronto a buttare sul lastrico più di 1100 persone con le loro famiglie e a far perdere alla nostra economia più di 200 milioni all’anno.
Chi si dice paladino della nostra gente è pronto a togliere alla Svizzera italiana una delle proprie voci principali, il palcoscenico sul quale ha potuto essere protagonista.
Chi si dice difensore della democrazia vuole far chiudere un media democratico, che ha alla propria base una cooperativa di cui chiunque può diventare membro, che è sottoposto a istanze di controllo aperte a tutti, alle quali chiunque può denunciare eventuali sospetti di parzialità o scorrettezza. Sospetti che molto raramente, occorre pur dirlo a difesa dell’onorabilità dei colleghi che rappresentiamo, sono stati confermati alla prova dei fatti.
Chi si dice difensore della democrazia è disposto a spalancare la strada ai media privati e soprattutto stranieri, che del controllo pubblico se ne fanno un baffo, e che saranno liberi di sottoporre i cittadini della svizzera italiana a tutta la propaganda politica che desiderano.
Non era questa la Svizzera italiana che chi negli anni ’50 e ’60 ha duramente combattuto per una vera Televisione anche a Sud delle Alpi voleva; una Svizzera italiana forte, protagonista, desiderosa di affermare la propria visione del mondo, di conservare la propria storia e il proprio passato, di condividere la propria esistenza, di costruire il proprio futuro.
E così è stato elo potrà ancora essere, solo se le cittadine e i cittadini ticinesi e grigionesi voteranno no il prossimo 4 marzo.
Non colpiteci con il vostro voto.
Non fate un torto a voi stessi.
Votate NO il prossimo 4 marzo.

In allegato gli altri discorsi:

PDF - 181 Kb
Discorso Olmo Cerri
PDF - 107.9 Kb
Discorso Graziano Pestoni
PDF - 178.2 Kb
Discorso Nicola Morellato
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Mio nonno mi ha insegnato la lealtà e l’onestà.
Sarebbe bastato avere un nonno diverso e magari adesso sarei potuto essere un parlamentare.

(Flavio Oreglio)

 
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