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Cultura
domenica 21 gennaio 2018.
Marocchino, immigrato, di nome Adil
MAROCCHINO, IMMIGRATO
di nome: Adil

di
Teresio Bianchessi
www.teresiobianchessi.it
blog: teresiobianchessi.wordpress.com



“My name is Adil” è una pellicola di poco più di un’ora, proiettata a sorpresa di giovedì, nella sala che frequento di solito.
La pellicola racconta una storia di migrazione, ma evita gli stereotipi dei barconi carichi di disperati, non mostra tragici naufragi, ma indaga invece sulle cause che spingono Adil, poco più che tredicenne, a lasciare il suo villaggio, sperduto nella pietrosa campagna del Marocco, per raggiungere il padre in Italia, a Milano.
Le moltitudini sono anonime, ma è sempre la storia singola che aiuta a capire le tragedie dei tempi, mi viene in mente Anna Frank.
Adil è un pastorello, lavora per uno zio fannullone, violento che lo terrorizza e lo umilia in ogni situazione; odia quel gregge dal quale è costretto a non allontanarsi mai, pena le percosse.
Adil sogna, vorrebbe scappare da quelle stupide pecore, in realtà una volta l’ha già fatto, aveva solo un anno, non sapeva ancora camminare e sua madre, dopo ore di disperate ricerche, l’ha ritrovato lontano più di un chilometro da casa, sporco, sanguinante, piangente.
Il bimbo aveva gattonato tutto quel tempo lungo lo stesso sentiero che suo padre, il giorno prima, aveva percorso per raggiungere il mare e migrare.
Per fortuna nella vita del piccolo c’è il nonno, figura saggia, nobile, che avverte l’ineludibilità dei tempi, ferito ogni qual volta un giovane del villaggio lascia la terra per attraversare il mare.
Tornano insieme dal mercato tenendo alla corda una mucca che il nonno non è riuscito a vendere.
“Nonno perché non l’hai venduta?”.
Chiede quasi seccato Adil.
“Perché il mercato, Adil, è come la vita, bisogna saper aspettare l’occasione buona, e oggi non c’era, non si deve avere fretta, la venderemo la prossima volta”.
E’ la pronta replica.
Gli parla anche, con rabbiosa nostalgia di suo padre, uomo forte, tutti si meravigliavano vedendolo lavorare nei campi, nessuno sapeva fare solchi per la semina più profondi dei suoi e i raccolti erano generosi, bastavano per tutto l’anno.
Scuote la testa, l’anziano, la nostalgia provoca rimpianti, suggerisce soluzioni diverse da quella di affrontare le insidie del mare, addita simbolicamente ad Adil quanti nuovi pozzi d’acqua avrebbero potuto scavare le tante, troppe braccia forti che si sono allontanate dal villaggio, quanta terra sarebbe stata coltivabile assicurando pane a tutti.
“Adil, se tutti se ne vanno, che fine farà questa nostra terra?”.
Domanda quasi piangendo.
La strada dal mercato al villaggio è lunga e allora gli spiega anche perché ha scelto per lui il nome Adil.
“Spaccavo le pietre sotto un sole cocente, ci trattavano da bestie, non ci davano da bere, sino al giorno in cui è arrivato un signore a cavallo che ha obbligato i custodi a darci acqua sempre, a trattarci in modo umano, si chiamava Adil: “Adil Uomo giusto”.
Il nonno ha un grande cuore, vuole bene a questo nipote al quale, quando gli confida che l’indomani partirà per raggiungere il padre, dà la sua sofferta benedizione.
“Ascoltalo e fai sempre quello che ti dirà e un’altra cosa, mi raccomando, fai fare bella figura al tuo paese, alla tua patria, vai”.
Anche la madre è favorevole alla sua migrazione, ma lo fa con la disperazione nel cuore, lo mette in guardia perché sa che quel mare e quel mondo straniero inghiottono vite.
Un immigrato su dieci, è statistica, perde la vita in mare.
Gli dice:
“Il tuo paese è come tua madre, solo loro due ti vogliono veramente bene, ricordalo”.
Lui ce la fa, arriva clandestino in Italia, raggiunge, nascosto nel baule di una macchina, una famiglia marocchina che vive sulle alte montagne, poi finalmente si ricongiunge col padre a Milano.
Capisce che lo studio è la giusta strada per l’integrazione, frequenta le medie, impara l’italiano fa i mestieri più disparati ma quanti coetanei vede smarriti nella terra straniera, vivono ai margini, rabbiosi, rifiutati.
I giovani, i giovani italiani accolgono Adil, con loro fa la prima vacanza al mare, s’integra, insegue le sue passioni.
Nella storia convivono i sogni e i dolori del distacco, punge la sensazione di non essere più nessuno, né qui, in terra straniera, né in patria.
Decide allora di ritrovare la sua identità, ritorna al suo villaggio, dipinge di bianco la parete scrostata della casa del nonno e, su quello schermo improvvisato, proietta la sua storia semplice, riaffermando con forza la sua identità: “My name is Adil”.

Il regista di questa storia è proprio lui: Adil!

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“Non inorgoglitevi per i pochi grandi uomini che nel corso dei secoli sono nati nella vostra terra; il merito non è vostro.
Pensate piuttosto al modo in cui li avete trattati durante la loro vita e come avete seguito i loro insegnamenti.”

Albert Einstein

 
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