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Cultura
domenica 25 febbraio 2018.
“Terra bruciata. Le streghe, il boia e il diavolo”, romanzo storico di Gerry Mottis
di Lino Succetti

Terra bruciata. Le streghe, il boia e il diavolo” , il romanzo storico di Gerry Mottis, edito da Gabriele Capelli Editore (Mendrisio), ambientato in Mesolcina nel periodo della cosiddetta “Caccia alle streghe” d’inizio 1600, è stato presentato sabato scorso dall’autore stesso e dallo storico Luigi Corfu anche in Alta Mesolcina, nel Centro culturale di Soazza.



Con Terra bruciata Mottis propone un romanzo dalla trama avvincente e intrigante, dominata dalla complessa e forte figura del boia (Ministro di Giustizia), tra realtà documentata e finzione, dai ritmi incalzanti e spesso commoventi. Non voglio dire molto della trama per non togliere il piacere della scoperta durante la lettura, ma ci sono molti aspetti in questo romanzo che diventano spunti su cui riflettere, specialmente quelli che ruotano attorno a quattro processi che si svolsero realmente a Roveredo e Mesocco tra il 1613 e il 1615.

I verbali, scelti da un centinaio di processi, sono stati esaminati e trascritti dall’instancabile storico moesano Cesare Santi dai verbali dei cancellieri dell’epoca, nel romanzo ripresi e tradotti da Mottis dall’italiano antico in quello contemporaneo. Protocolli originali e, almeno in parte credibili, anche se assai simili tra loro, sia per le domande e le risposte al riguardo delle estrapolazioni estorte, sotto tortura, alle persone inquisite durante i processi, naturalmente a porte chiuse, da parte del Tribunale dei Trenta giudici della Centena, composto dai membri delle poche famiglie influenti di allora e poi letti davanti al popolo in gran parte analfabeta, prima delle esecuzioni in zona Tri Pilastri, nella campagna sottostante la Cappella del Paltan a Roveredo. In ultima analisi spettava infatti al braccio secolare, cioè ai giudici laici vallerani, il diritto di pronunciare una sentenza di morte, di eseguirla o di graziare il condannato. Il diritto dell’epoca non conosceva la presunzione di innocenza e permetteva la confisca di tutti i beni dell’accusato e il relativo processo sotto atroce tortura. Come sottolineato da Corfu e Mottis a Soazza, i verbali e l’intero romanzo, ci ricordano personaggi, tradizioni popolari, presunti malefici, delitti efferati, torture atroci, assurde superstizioni e palesi ingiustizie del nostro passato, che hanno contrassegnato anche le nostre valli alpine, (come la Mesolcina e la Calanca, la Val Poschiavo e la Bregaglia, la Val di Blenio e la Leventina ecc.), e tutta l’Europa.

Uno dei maggiori pregi di “Terra bruciata”, oltre a quello letterario, è quello di riabilitare alcune delle vittime del tribunale vallerano dell’epoca: Caterina della Sale e Togno Stanga di Roveredo, Tommaso Fiorello di Norantola e Caterina Fasani di Mesocco. Nella postfazione del corposo romanzo, a pag. 438, l’autore giustamente scrive: “Tale barbarie si è consumata in nome della superstizione, dell’ignoranza, dell’intolleranza religiosa…”

Proprio a tal proposito sarebbe opportuno, come è emerso alla fine della presentazione a Soazza, un approfondimento sulla situazione della Valle Mesolcina e Calanca, che dal 1549 si era sbarazzata dalla dominazione feudale e trivulziana, e di esaminare criticamente il ruolo assunto dai vertici dell’Autorità della chiesa cattolica nella questione dell’Inquisizione e della cosiddetta “Caccia alle streghe”.

Tema in generale assai delicato, specialmente per la Diocesi di Milano, visto anche che non sapremo mai se complessivamente le condannate sono state poche decine o qualche centinaio e forse più, perché l’archivio della cosiddetta Santa Inquisizione della Diocesi di Milano dal 1314 al 1764 è stato volutamente distrutto il 3 giugno 1788, passato alla storia come “Il Rogo della Memoria”.

Nei nostri archivi, grazie all’instancabile lavoro di una vita da parte di Cesare Santi, i documenti, anche se probabilmente redatti a loro modo dai cancellieri dell’epoca, sono fortunatamente riemersi, dando a Mottis lo stimolo per “Terra bruciata”. In questo contesto, sarebbe infatti opportuno esaminare ulteriormente, nel romanzo il tema non traspare gran che, la figura assai controversa di Carlo Borromeo, nipote di Pio IV, figlio di Margherita Medici, sorella del papa, nominato cardinale a 22 anni, segretario del papa e poi Arcivescovo di Milano. Carlo Borromeo fu infatti strenuo difensore della Chiesa cattolica romana e baluardo della Controriforma tridentina, e anche per questo innalzato agli onori degli altari nel 1610 a 26 anni dalla sua morte avvenuta a 46 anni nel 1584, ma è pure descritto come il “Santo purificatore” e da alcune cronache dell’epoca pure misogino.

Va infatti ricordato che Carlo Borromeo inviò in Mesolcina nel mese di settembre 1583, su esplicita richiesta dei maggiorenti vallerani, membri delle poche famiglie agiate, l’inquisitore gesuita, avvocato mantovano Borsatto. Questi il 9 ottobre del 1583 ricevette dalle autorità politiche distrettuali i pieni poteri di intervento. Proprio a tal proposito in una lettera del cardinale Carlo Borromeo al cardinale Pelotti, scritta a Bellinzona il 9 dicembre 1583 durante la sua visita che raggiunse pure la Val Mesolcina, si può leggere: "Si è atteso anco a purgare la valle dalle streghe la quale era quasi tutta infestata di questa peste con perdizione di molte anime, tra le quali molte si sono ricevute misericordiosamente a penitenza colla abiurazione, alcune date alla corte secolare come impenitenti con pubblica executione della giustizia."

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“Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.”

ORIANA FALLACI

 
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