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Lettere dei lettori
domenica 18 marzo 2018.
Il birraio di gilgamesh
di Andrea Valente

è il giorno di san patrizio, ma questo al tempo dei sumeri nessuno lo sapeva...

anche al tempo dei sumeri il sole sorgeva a oriente al mattino e tramontava a occidente alla sera, ogni giorno, di ogni mese, di ogni anno. allora, come ora, non era difficile scoprire se fosse notte o giorno: bastava aprire una finestra e sbirciare il cielo, che se era nero e stellato se ne stavano tutti a dormire, mentre quando era azzurro la città si popolava e ognuno era più indaffarato che mai.
più arduo era stabilire se fosse lunedì o mercoledì e persino sabato; se si fosse in marzo, in ottobre o forse in agosto, perché settimane e mesi erano una cosa piuttosto vaga, come quando si è in vacanza e che sia domenica o martedì fa poca differenza.
«oggi è il mio compleanno!» strillò un giorno, verso l’ora del tramonto, il signor meskiaggasher, mettendo uno sgabello nel bel mezzo della piazza della città di uruk e salendoci in piedi, per esser meglio visto e sentito. e invitò tutti per brindare in compagnia, sperando sotto sotto in un regalino, che al compleanno non dovrebbe mancare mai...
in fretta e in allegria il birraio spolverò i tavolini lungo la via e aprì la sua locanda, pronto ad accogliere festeggiato e festeggianti. tanto più che il signor meskiaggasher era il re e se un re decide che quel giorno è il suo compleanno è così per forza, qualsiasi giorno quello sia.
il primo ad arrivare, con un sorriso grande così e una sete ancor maggiore, fu il signor enmerkar, re pure lui, figlio di meskiaggasher, di ritorno da qualche battaglia, appena in tempo per partecipare alla festa.
«una birra per me, – ordinò – rossa, densa, con due datteri ad addolcirla. e magari delle olive. e un’acciuga da sgranocchiare.»
«una birra anche per me, – si aggiunse ai due il signor lugalbanda, figlio di enmerkar, nipote di meskiaggasher, quindi re, che aveva trascorso la giornata tra i campi di frumento – fresca, bionda, con l’aggiunta di un cucchiaino di miele millefiori. e un cetriolo. e due noci da sgranocchiare.»
ordinò una birra anche un mercante di passaggio, che non era re, ma andava bene lo stesso. ordinò una birra lo scriba, che si aggiunse volentieri alla combriccola. ordinò una birra la sarta; ordinò una birra il vasaio; ordinò una birra il poeta componendo due endecasillabi in rima baciata. ordinò una birra anche il giovane arciere, che scagliò una freccia alta nel cielo e colpì in pieno un’anatra, che fu fatta arrosto e servita ai commensali. meskiaggasher scelse per primo e azzannò il cosciotto destro.
ordinò una birra chiunque passasse e il birraio prendeva nota e sorrideva, ringraziando in cuor suo il re, per aver deciso che il suo compleanno fosse quel giorno lì. e ogni birra era una birra diversa, come sono diversi i gusti della gente.
«una limonata per me!» strillò, infatti, l’ultimo arrivato.
d’un tratto tutti si zittirono e voltarono lo sguardo verso quell’impertinente che aveva osato interrompere la serie infinita di birre, per una banale limonata come se ne trovano all’angolo di ogni strada.
«una limonata per me – confermò il tipo – e tanti auguri al vecchio amico meskiaggasher.»
all’unisono i volti di ognuno si volsero ora verso quello del re, mentre il birraio si rassegnò e colse due limoni dall’albero.
«la dea ninkasi non sarà felice...» borbottò il signor enmerkar.
«la dea ishtar men che meno...» borbottò il signor lugalbanda.
«gilgamesh!» esclamò meskiaggasher, sorridendo da un orecchio all’altro. «gilgamesh! – ripeté il re, presentando il nuovo arrivato al popolo festante – tu sì che ne hai di fantasia: hai inventato pure te stesso e la tua epopea... se vuoi una limonata, che limonata sia e tanti auguri a me.»
trascorsero appena pochi minuti e il birraio servì anche il signor gilgamesh, accomodatosi al tavolo del re, tra il figlio del re e il nipote del re. e da vero birraio posò sul tavolo una birra, che se avesse servito una limonata sarebbe stato un limonaio, che non è proprio la stessa cosa.
«avevo chiesto una limonata.» brontolò subito gilgamesh.
«infatti le ho portato una birra!» sorrise il birraio.
«limonata!» ripeté gilgamesh.
«birra.» ripeté anche il birraio, che però aveva portato con sé anche mezzo limone. nel silenzio e sotto gli occhi di tutti ne spremette il succo con la pressione delle dita, badando di non far cadere anche i semi.
«limonata?» domandò gilgamesh.
«birra! – confermò il birraio – aromatizzata al limone.»
buona, buonissima, quella nuova birra appena inventata diventò la bevanda del giorno e non ce ne fu uno che non ne volle approfittare almeno per un sorso, da raccontare poi a casa per il resto della vita.
«domani – brindò il signor gilgamesh – sarà il mio compleanno!» un applauso partì spontaneo e il signor meskiaggasher ordinò al birraio di riservargli lo stesso tavolo alla stessa ora.
«allora dopodomani il mio!» aggiunse il signor lugalbanda.
«e ieri era il mio! – aggiunse anche il signor enmerkar – ma siccome ieri nessuno ha festeggiato con me, lo faremo tutti insieme il giorno che seguirà dopodomani. così avrete tempo per pensare a un regalo più grande e più ricco di quello degli altri re.»
fu deciso il compleanno dello scriba e quello del poeta, del vasaio, della sarta, dell’arciere e di chiunque avesse voglia di festeggiare un po’.
l’ultimo giorno dell’anno, che chissà che giorno era, arrivò anche il compleanno del birraio, ma quel giorno la locanda non aprì. forse preferiva festeggiare con la sua mogliettina e il gatto... forse aveva finito la birra?! forse, semplicemente, si era talmente arricchito in quell’anno di compleanni, che un giorno di riposo non lo avrebbe certo mandato in rovina.

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Politica non è un mestiere, è un servizio. Ma nel senso di servire, non di servirsi o circondarsi di servi.

(Marco Travaglio)

 
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