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Cultura
lunedì 9 aprile 2018.
IL SENSO RELIGIOSO
di Teresio Bianchessi

Tra fede, spiritualità e, purtroppo, indifferenza!



I riti della Quaresima, da poco lasciati alle spalle, bussano alla coscienza sollevando interrogativi che lasciano, nel profondo, sensi di disorientamento e d’inquietudine.
Soprattutto se si volge lo sguardo all’indietro quando i nostri padri interrompevano, nel periodo pasquale, ogni attività per seguire le solenni celebrazioni del triduo pasquale che rievocano la passione, la morte e la resurrezione di Gesù.
Durante tutto il periodo della Quaresima rispettavano rigorosamente il precetto del magro e del digiuno e tutti, il giovedì, assistevano alla Coena Domini che prevedeva anche la lavanda dei piedi, gesto che nell’antichità era segno di accoglienza, di ospitalità.
Anche il venerdì, giorno delle lunghe letture in latino della Passio e della solenne Via Crucis, nessuno mancava e seguivano silenziosi la Croce portata in processione per le vie del paese.
Ogni casa adornava il proprio balcone o le finestre, con drappi di porpora, ceri e talune cascine allestivano persino, nell’antro del portone d’ingresso, sacre rappresentazioni della passione che coinvolgevano grandi e piccini.
Era per tutti una serata di raccoglimento e di dolore: passava il Signore morto!
Rientravano alle proprie abitazioni che era buio, con la pena nel cuore, lenita l’indomani, sabato, quando, sul sagrato, il sacerdote benediva acqua e fuoco simboli di purificazione.
Terminata poi la Veglia pasquale, arrivava il tanto atteso e festoso scampanio che annunciava a tutti la Resurrezione di Cristo e la conseguente sconfitta della morte; il messaggio ridava gioia e speranza.
Le celebrazioni erano solenni, partecipate.
Per quest’ultima Pasqua, il bollettino parrocchiale indicava che la Via Crucis si sarebbe svolta, tempo permettendo, alle 21 nella tal via e così, mia moglie ed io ci siamo incamminati verso il punto prestabilito.
Arrivati sul posto, vediamo però solo macchine della polizia locale, volontari, carabinieri, vigili del fuoco e, non vedendo né sacerdoti, né chierichetti, ma solo poche persone sul marciapiede, pensiamo a qualche fatto tragico.
No, ci confermano, è proprio il luogo da dove partirà la processione, infatti, poco dopo, ecco arrivare il sacerdote insieme a un ragazzo che tiene sollevata la croce e, dopo di lui, alcuni fedeli ritardatari.
Così, preceduta dalle forze dell’ordine, la Via Crucis si snoda lungo il percorso prestabilito, ma, contrariamente a quanto avveniva ai tempi, non un lume, non un drappo alle porte o alle finestre, per le vie regna l’indifferenza.
L’indomani, sabato, in chiesa, per la celebrazione della Veglia Pasquale, si avverte la stessa dimessa atmosfera; ci sono più fedeli perché la celebrazione è prefestiva, ma non è di certo il caloroso abbraccio dei nostri padri, quando non bastavano le navate della chiesa a contenere i fedeli e in tanti erano costretti a seguire la sacra funzione dal sagrato.
Si percepisce così, nel triduo delle celebrazioni, che sono oramai pochi quelli che si sforzano di tenere vivo il messaggio cristiano della croce e viene il dubbio che nei loro cuori serpeggi il triste presagio che l’oramai tenue fiammella possa definitivamente spegnersi.
Perché?
Colpa forse di questa nostra nuova “civiltà” che, per primo, Zygmut Bauman, sociologo e filosofo definì “Società liquida?”.
Siamo forse alla presenza di un’umanità che ha smarrito il concetto di comunità e si è abbandonata a un individualismo sfrenato, dove ognuno pensa solo a se stesso?
Forse sono irrimediabilmente perduti i precedenti e solidi punti di riferimento che appena ieri erano rappresentati dalla Chiesa, dallo Stato, dai Partiti e più in generale, dalle Ideologie?
Se gli interrogativi espressi fossero veri, è evidente che, senza punti di riferimento, tutto diventa un magma indefinito, tutto si dissolve, si liquefa appunto per naufragare in una forsennata corsa verso egoismi e valori effimeri, di breve possesso, che pochissimo contribuiscono al nostro equilibrio, alla nostra felicità, alla nostra irrinunciabile spiritualità.
Forse un’altra chiave di lettura è nei versi “Le Albe”, di Pasolini, che apre la raccolta: “L’usignolo della Chiesa Cattolica”; qui la poesia, sintetica per sua natura, è anche profetica, va subito al cuore del problema:
“E’ ancora buio, povere vecchie,
e l’alba vi sbianca i visi di cera:
con voi sono venuti in chiesa solo tre quattro giovinetti.

Io guardo in questi ragazzi il riso dei loro morti
quando venivano in chiesa, e, cantando,
credevano di essere vivi per sempre”.

Il credo, la fede dei padri, irrimediabilmente persa, ma da ritrovare, perché lei sola può ridare fiducia in una “salvezza” che non può che provenire dall’alto: da Dio per i credenti, dalle Istituzioni per i laici.
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“Non possiamo controllare le malelingue degli altri; ma una vita retta ci consente di ignorarle.”

Catone il Censore

 
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