• 12037 Una donna alla guida!
  • 12022 Mozzi ... cani!
Cultura
mercoledì 9 maggio 2018.
LA QUESTUA DEL FIENO NELLA CAMPAGNA LOMBARDA
di Teresio Bianchessi


La primavera è stata favorevole e, ad aprile, ha garantito quotidiane pioggerelle proprio come vuole il proverbio: “April aprilet, tòeti i dè ‘n gusset”, (tutti i giorni di aprile un goccio di pioggia) cosicché l’erba, rigogliosa e folta, ondeggia alle brezze serali.
Ora è maggio, il tempo si è stabilizzato e il susseguirsi di giornate calde e assolate suggerisce che è tempo per il taglio del maggengo.
Avveniva a quei tempi a mano, utilizzando la falce, continuamente aguzzata dal contadino che faceva scivolare, sulla tagliente e ricurva lama, “la cùt, la cote, prima bagnata nel corno di mucca che teneva appeso alla cintola. Ricordare oggi che anche “’l prat vèc”, il prato vecchio, uno dei più grandi del paese, fosse falciato a forza di braccia, lascia meravigliati e increduli.
Anche le donne e noi bambini partecipavamo all’impresa, prima girando con dei lunghi bastoni l’erba per farla ben seccare e poi, una volta che gli uomini avevano caricato il carro, rastrellando il poco fieno che era sfuggito alla forca del papà.
I contadini conoscevano bene le bizze del tempo e, quando il rosso di sera lasciava ben sperare, non perdevano tempo e, in pochi giorni, tutti i prati attorno al paese erano falciati.
Quelle sere, l’inconfondibile profumo del fieno raggiungeva le piazze, saliva fin sul sagrato della chiesa ad addolcire, assieme al profumo delle rose, le serate e i cuori dei giovani che, usciti da chiesa dopo la novena della Madonna, si attardavano per le vie del paese.
Da bambino, poiché la mia casa era situata all’inizio della salita che dai campi porta in paese, vedevo il rientro di questi carri, ed era emozionante osservare lo sforzo dei cavalli impegnati a tirar su l’ultimo carico che il contadino aveva colmato oltre misura.
Erano vere imprese e a volte succedeva che la povera bestia proprio non ce la facesse, nonostante il contadino, per evitare brutte figure, la spronasse con urla e pacche sul garrese.
A quel punto tutta la famiglia, accodata al carro, si metteva a spingere e non di rado succedeva che anche chi osservava lo sforzo dalla piazza, scendesse a dare una mano.
Il maggengo però non è ancora in cascina, deve attraversare il portone d’ingresso; è l’ultima fatica per il povero cavallo che, sbavando e schiumando, alla fine ce la fa, lasciando però scivolare in strada il fieno caricato in sovrabbondanza.
Non mancavano a quel punto i battibecchi, volava qualche imprecazione: “…Crapù…testone te l’avevo detto che non passava…”, ma alla fine, “messo il fieno in cascina”, ci si ristora sotto il portico con pane, salame e un bicchiere di “Clinto”, aspro vino del proprio vitigno.
Il fienile stracolmo dà ora tranquillità al contadino e alle bestie; il foraggio per tutto l’inverno è assicurato.
La cultura contadina di quegli anni era permeata da forte senso religioso e consapevole del salmo: ”…Né chi pianta, né chi irriga, è qualche cosa ma Dio che fa crescere…”.
I contadini riconoscevano che senza l’aiuto del Padre Eterno nulla era sicuro, percepivano concreta la divina provvidenza e ancor di più l’obbligo caritatevole e così, finito il raccolto, in una delle prime domeniche di giugno, organizzavano la “Questua del fieno”, che avveniva sulla piazza proprio davanti alla chiesa.
Tradizione questa che ricorda la “decima”, pratica biblica attuata sin dai tempi antichissimi, a sostegno delle spese del clero e della parrocchia e conseguentemente dei più bisognosi.
Ognuno donava secondo le proprie disponibilità e si andava così dalla “rasciàda” (una sola forcata) gettata sul carro comune dall’umile “masàgnela”, il povero contadino, peraltro apprezzata quanto la monetina della vedova del brano evangelico, al carro intero che i grandi proprietari terrieri del tempo, i Bonetti, Casazza, De Simoni, Freri, Scandelli e altri che non ricordo, facevano arrivare sulla piazza.
All’uscita dalla messa domenicale, i carri del fieno erano tutti lì e subito si cercava di individuare chi fosse stato più generoso, alimentando così rivalità… comunque cristiane.
L’asta vera e propria avveniva il pomeriggio, dopo i vespri; la memoria rimanda ad Agostino da Tullio, che fu battitore istituzionale per lungo tempo. Arrivavano le prime offerte:
“Deca òna… deca do… “
Erano le urla del banditore che tentava di trascinare al rialzo le quotazioni e se non erano ritenute all’altezza, voleva dire che serviva una pausa di riflessione… all’osteria dei Marchetti.
Succedeva così che, bicchiere dopo bicchiere, gli offerenti prendevano coraggio e generosità e il:
“Deca trì” sanciva che il carico di fieno era stato aggiudicato.
Spesso erano gli stessi generosi donanti che riacquistavano la propria offerta, ma a volte poteva essere il “masàgnela” che, aumentato nel corso dell’anno il numero di vacche e ritenendo scarsa la sua scorta, decideva di approvvigionarsi lì.
Il ricavato era portato al “Fabbriciere/cassiere”, ruolo tenuto a lungo da Bonetti Agostino e l’introito finiva nelle casse parrocchiali per fronteggiare le spese annuali della chiesa, ad iniziare da quella delle candele.
Naturalmente ogni salmo finisce in gloria e anche in occasione della questua del fieno non si poteva rientrare a casa senza commentare l’andamento dell’asta che avveniva sempre all’Osteria della pesa, davanti ad una bottiglia di freisa.
Allo stesso modo della questua del fieno si ha memoria di quella della legna e, anche in questo caso, mi ritornano magici ricordi e rivedo i contadini che, nelle gelide giornate d’inverno, quando la campagna non richiedeva lavori, intabarrati, andavano a “scalvà” a potare i filari di piante allineate ai bordi dei loro terreni.
Anche l’albero era risorsa preziosa e in cascina finivano radici, tronchi, ma anche fascine di ramoscelli e il tutto veniva riposto nella barchessa retrostante.
C’era poi la questua settimanale delle uova: un incaricato parrocchiale passava con un cesto dalle famiglie che possedevano un ricco pollaio e la “regiùra” la padrona di casa, ne depositava anche una “dùzena” dozzina, quando le galline erano in gran forma.
Le uova finivano in sacrestia e settimanalmente passava il pollivendolo che le acquistava per rivenderle poi in città, a Crema.

Usanze, consuetudini lontane che mantengono ancora intatto il profumo della solidarietà, della condivisione, della fiducia nella provvidenza divina.




top

“Una piccola insurrezione, di tanto in tanto, è una cosa buona e così necessaria nel mondo politico come i temporali in quello fisico. Previene la degenerazione del governo e alimenta una generale attenzione per la cosa pubblica.”

THOMAS JEFFERSON

 
Sponsors