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Politica
giovedì 21 giugno 2018.
Nazionalizziamo la posta!
di Alberto Togni

Le irregolarità riscontrate nella contabilità della filiale AutoPostale, venute alla luce lo scorso febbraio, hanno mietuto le prime vittime. La direttrice Susanne Ruoff prima e il resto della direzione poi, sono stati silurati con effetto immediato dal Consiglio d’amministrazione della Posta. Una decisione sicuramente necessaria e da accogliere positivamente, tuttavia non ci si può limitare a scaricare la responsabilità sui singoli, occorre invece inserire quanto accaduto nel percorso portato avanti dal gigante giallo.

Sono 20 anni che l’ormai ex fiore all’occhiello della Confederazione persegue, complici le principali forze politiche, la massimizzazione del profitto a scapito di chi vi lavora e del servizio pubblico in generale, ovvero dell’intera popolazione. Le conseguenze si stanno manifestando in tutta la loro violenza: chiusura massiccia degli uffici postali, licenziamenti di massa (a inizio giugno l’ennesimo annuncio di un taglio di 500 impieghi nel giro di due anni) e fantasiosi trucchi contabili per trafugare soldi pubblici.

L’esautorazione del gruppo dirigente non arresterà sicuramente questo processo, rischia anzi di accelerarlo. Nei giorni scorsi si sono già levate voci che reclamano un’intensificazione del processo di privatizzazione dell’ex regia federale. Il Partito Comunista invece, in direzione ostinata e contraria, ribadisce la necessità di nazionalizzare il settore, in quanto strategico e nell’interesse di offrire un servizio pubblico che non si limiti a scaricare sulla collettività le perdite.

Nazionalizzare non è nulla di utopico o nostalgico: significa infatti ripristinare la regia federale che operava (sicuramente meglio di adesso) prima della disastrosa riforma del 1997.

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“La presunzione è la nostra più grande nemica. Pensaci - ciò che ci indebolisce è il sentirci offesi dalle azioni o dalle malefatte dei nostri simili. Essere presuntuosi significa spendere gran parte della propria vita offesi da qualcosa o qualcuno.”

CARLOS CASTAÑEDA

 
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