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Lettere dei lettori
lunedì 13 maggio 2019.
Officine di Bellinzona: il fatto morale
di Nicoletta Noi-Togni

Premetto che queste poche righe non c’entrano con le mie cariche politiche che non esercito in Ticino (non mi intrometto quindi nella votazione popolare cantonale) ma sono l’espressione di tutta la riprovazione che suscita in me l’atteggiamento di quei politici e di quella politica che oggi, senza ripensamenti a quanto sembra, infrangono codici d’onore come quello della parola data, del sostegno promesso, della sincerità e della stessa verità.
Politici e politica che nel 2008 erano di casa in pittureria e sosteneva la causa degli operai che erano diventati un esempio per tutta la Svizzera; un esempio di resistenza, di coraggio, di forza, di responsabilità, di solidarietà e di altruismo. Perché non era - e non è - ovvio in un’epoca contrassegnata dall’individualismo e dall’egoismo arrischiare posto di lavoro e vantaggi personali in favore di una causa che si rivolge al bene collettivo. In questo senso le Officine di Bellinzona erano e sono diventate un simbolo per tutto il Paese. Un simbolo non più degno di essere riconosciuto e salvaguardato? No, se ci inchiniamo al più forte, al più potente, al più arrogante e naturalmente al più ricco e interessante. Si, se abbiamo rispetto per noi stessi e per gli altri, se la dignità è per noi un valore e l’impegno e la sofferenza degli altri conta ancora qualcosa. Oltre all’effetto sul simbolo, io mi interrogo anche sull’esempio che la politica (e i politici) danno ai giovani, alle generazioni future. Che si stanno giustamente impegnando per l’ambiente ma che dovranno anche confrontarsi in futuro con quella perdita di valori immateriali che corre parallela ai danni della natura. Non so quale sarà il loro giudizio, come non so quale sarà il giudizio che uscirà dalle urne il prossimo 19 maggio. So però cosa sarà il giudizio del tempo.

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“Ai più bassi livelli della politica e al più alto livello della spiritualità il silenzio non aiuta mai la vittima, il silenzio aiuta sempre l’aggressore.”

ELIE WIESEL

 
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