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Cultura
venerdì 17 maggio 2019.
LE PROCESSIONI CAMPESTRI
di Teresio Bianchessi

Le processioni campestri conosciute anche come “rogazioni” (dal latino rogare ovvero pregare) si svolgevano a primavera ed avevano lo scopo di proteggere dalle intemperie le coltivazioni dei campi.
Avvenivano, sino ai primi anni ’60 anche al mio paese; si svolgevano in tempi diversi, solitamente verso fine aprile o nei giorni precedenti la festa dell’Ascensione ed io ne conservo memoria.
Ero chierichetto allora e mai come in quelle fresche mattine ero orgoglioso di portare la croce che apriva la processione, insieme ad altri miei sonnolenti ma felici coetanei, che reggevano il secchiello dell’acqua santa e l’aspersorio. Dietro di noi, il Parroco e il Curato, poi le Confraternite con i loro stendardi, le Suore a precedere le donne con i veli ricamati in testa, ultimi gli uomini che solo per quelle mattine ritardavano i lavori in campagna per partecipare al rito propiziatorio al quale molto tenevano.
Il corteo sfilava dal sagrato della chiesa e, di volta in volta, aveva una meta diversa: la Cappella della Motta, quella di Sant’Eusebio, ‘l Dòsel, sota la Ceza, e addirittura ‘l pe da l’Oca, campagna molto lontana dalla chiesa; questo perché la solenne benedizione doveva arrivare in ogni podere, in ogni orticello, bagnare ogni pertica agricola del paese.
Durante l’attraversamento dell’abitato si recitavano preghiere, litanie, inni alla Vergine Maria e il tutto somigliava alle processioni tradizionali; ma nell’istante in cui si prendeva la strada dei campi l’atmosfera cambiava.
Arrivati, infatti, all’effigie murale della Madonna del Santuario della Misericordia, si girava giù per la “Basa Olta” (ai tempi antica osteria) e si proseguiva sulla stradina sterrata, si oltrepassava il mulino costeggiando la roggia che gorgogliava e mandava frescura, tenendo a sinistra ” ‘al prat vèc”, ancora oggi il più vasto prato del paese.
Da lì in poi solo rigogliosa campagna.
Era a quel punto che l’atmosfera diventava davvero magica, perché cielo e terra si univano, il vento primaverile scuoteva le verdi fronde dei pioppi e ogni foglia, ogni virgulto, insieme a sorpresi e cinguettanti passerotti, musicava l’alba d’armonia e su quei campi di fatica, arrivava miracolosamente il “Sacro” a dare senso compiuto alle fatiche terrene.
Palpabile fra i fedeli la sensazione che Dio fosse proprio lì, col suo amorevole abbraccio.
Una volta giunti alla Cappella della Motta il sacerdote benediva i campi rivolgendo poi la croce ai quattro punti cardinali pronunciando, con voce implorante, l’invocazione:
“A fulgure et tempestate”.
Rogazione accorata che trovava immediata e convinta risposta dei fedeli:
“Libera nos Domine”.
Certi com’erano, i contadini, che la preghiera di quel mattino avrebbe tenuto lontana dai loro campi la tanto temuta tempesta e proprio in quel momento lo sguardo di ognuno andava verso il proprio prato, alle ancor verdi spighe di frumento che la brezza mattutina cullava.
C’era grande raccoglimento, grande partecipazione, grande fede.
La preghiera proseguiva e si affidava ora alla provvidenza divina:
“Ut fructus terrae dare et conservare digneris”.
“Te rogamus, audi nos”.
Come poteva il Buon Dio non dare ascolto a queste invocazioni!
Erano prevalenti le suppliche per i bisogni terreni, ma durante il percorso si pensava anche all’anima:
“Da dannazione perpetua” - “Dalla morte improvvisa” - “Dai pericoli che minacciano i nostri peccati”.
“Liberaci, o Signore”.
Ai tempi si temeva il demonio, si confidava in Dio.
Le rogazioni hanno origine antichissime, risalgono al 400 d.C. ma dagli anni ’60 la loro pratica è andata scemando tanto da far dire, già allora, ad un parroco che vedeva assottigliarsi le fila della processione: “……come volete che Dio benedica i nostri campi se noi dimentichiamo di rivolgerci a lui che ci da il sole, le stagioni, le piogge…”.
Evidente il rimando alla lettura: “Né chi pianta né chi irriga, è qualche cosa ma Dio che fa crescere”.
Forse è iniziata lì la secolarizzazione di questi nostri faticosi tempi.

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La cosa più preziosa che puoi ricevere da chi ami è il suo tempo.
Non sono le parole, non sono i fiori, i regali. È il tempo.
Perché quello non torna indietro e quello che ha dato a te è solo tuo, non importa se è stata un’ora o una vita.

(David Grossman)

 
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