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Cultura
lunedì 17 giugno 2019.
IL GIOCO DELLA LIPPA
di Teresio Bianchessi


Paolino, suo fratello Achille e la sorellina Agnese, camminano lungo un viottolo di campagna, imbronciati, perché come ogni sera hanno dovuto interrompere il gioco e portare al pascolo le oche.
Sono ormai lontani dall’abitato e percorrono un sentiero a loro ben noto ai bordi del quale, sanno, esserci ciuffi di cicoria.
Il tramonto è magico, il sole indugia rosso all’orizzonte, l’aria è tiepida e una leggera brezza serale muove le argentee foglie del pioppo mentre grilli, ranocchi, cicale avviano il loro straordinario concerto serale.
Le oche, dal canto loro, collo alto, affrettano il passo e compiono improvvise accelerazioni sia per raggiungere i teneri ciuffi d’erba, sia per evitare i colpi di bastone di Achille che, stasera, è più nervoso che mai.
Anche Paolino non riesce a tenere il passo del fratello, procede estasiato, catturato dai profumi serali della campagna e collabora a modo suo intonando con la sorellina una filastrocca che dovrebbe indurre le oche a consumare in fretta il loro pasto serale: “Auli…auleta - fé la maghéta - fela calcàda - che andem a casa!”. (Auli auleta fate il gozzo, fatelo bello pieno che torniamo a casa).



“La piantate?” - gli urla Achille che, innervosito, al rimprovero fa seguire un colpo secco di bastone dall’alto verso il basso a colpire la terra.
La punta del randello va però casualmente a colpire un pezzetto di legno, sminuzzato in precedenza dalle ruote dei carri e il bastoncino, sorprendendolo, si alza improvvisamente e lui, d’istinto, per ripararsi il volto, gli sferra un altro colpo che lo fa volare una decina di metri più in là, spaventando le ignare oche, intente a beccare.
“Hai visto Paolino?”.
“Sì… sì…che bello… dai fammi provare…!”.
I ragazzi, quella sera, sono subito conquistati dal nuovo gioco, si sfidano colpo su colpo, perdono la cognizione del tempo e si ritrovano così in aperta campagna molto lontano da casa e già inizia a fare buio, perdono di vista anche le oche che, incustodite, abbandonano lo sterrato ed entrano nei campi dove c’è cicoria in abbondanza; passasse il proprietario del prato sarebbero guai seri.
Senza saperlo, in quel tardo e lontano pomeriggio estivo, i due fratellini hanno inventato un nuovo gioco: il gioco della lippa.
Credo che le cose siano andate proprio così, anche perché in quegli anni ci si divertiva soprattutto con la fantasia, non disponendo i bambini, nella maggior parte dei casi, di veri giocattoli.
Il cavallino, la bambola di pezza, l’arco, il fucile erano costruiti grazie all’abilità e all’inventiva dei genitori utilizzando di volta in volta lo stelo del granoturco per il cavallino, le pezze e la segatura per le bambole, un ramo flessibile per l’arco, un legno lavorato e levigato per il fucile.
Per rigore storico devo precisare che il gioco della lippa è svago antichissimo, se ne ha menzione sin dai tempi degli antichi Romani, ma a me è piaciuto ambientarlo nella mia spensierata infanzia trascorsa nella fertile campagna lombarda.
S’iniziava a pensare alla lippa in primavera con lunghe escursioni sugli argini del fiume o nei pressi di cave, alla ricerca dei rovi di pruno selvatico, legno reputato ideale per la “manela” (bastone-mazza) che doveva essere lunga all’incirca settanta centimetri e avere un diametro di quattro, cinque.
Operazione non facile perché l’arbusto aveva numerose spine e la durezza dei rami rendeva rischioso anche il taglio e spesso si ritornava dall’esplorazione con ferite e pantaloni strappati.
A quel punto la “manela” veniva riposta in un angolo segreto della cascina, in attesa del pellegrinaggio al santuario della Madonna di Caravaggio. Quella era l’occasione, dopo la recita del rosario e la messa, per farsi acquistare da papà, fra i banchi della fiera, oltre all’immancabile pezzetto di torrone e la striscia di “tiramolla” anche il tanto desiderato coltellino svizzero che al rientro sarebbe servito per levigare la mazza e personalizzarla con le proprie iniziali.
La stessa operazione, ma con ancora più studio, era riservata al “ciancol”, il pezzettino di legno lungo circa una decina di centimetri che si appuntiva su entrambi i lati per facilitarne l’alzata. Vero lavoro d’ingegneria dinamica! Non tutti però tornavano dal pellegrinaggio col coltellino, questi sfortunati risolvevano il problema spaccando di nascosto un vetro col quale ottenevano lo stesso risultato.
Una volta costruiti gli strumenti, il gioco poteva iniziare.



Le regole fondamentali erano queste: si delimitava con la punta del bastone una base tracciando un cerchio sul terreno di gioco, in questo spazio stava il battitore che cercava con la “manela” di alzare la lippa per lanciarla il più lontano possibile; l’avversario, il raccoglitore, si metteva nel punto dove prevedeva sarebbe arrivato il lancio e se riusciva ad afferrarla al volo e ributtarla nella base eliminava l’avversario.
Il dialogo era questo: il battitore urlava “Ciancol?” - il raccoglitore rispondeva “Mandel!” (lancia) e a quel punto preceduto dall’urlo del battitore “Ciapel an dal sac” (prendilo nel sacco) la lippa partiva.
Se il battitore non riusciva ad alzare il “ciancol”, era eliminato, vinceva chi con il numero di tiri stabiliti, riusciva a lanciare il più lontano possibile la lippa.
Questo “sport” ovviamente richiedeva ampi spazi e l’aia della cascina era luogo reputato ideale dai ragazzi e tutto filava liscio sino a quando la lippa non colpiva un pulcino o, ancor peggio, qualche bimbo che gironzolava nel girello.
Seguivano urla e strepiti: “Ancora voi... sta lippa... via di qua!”, gridavano le mamme, e allora i ragazzi si spostavano sulla piazza grande, solitamente quella antistante alla chiesa, ma anche qui la partita durava fin tanto che il “ciancol” non finiva in qualche finestra mandandola in frantumi.
Le gare, soprattutto quando erano fra bande rivali, spesso finivano in rissa e il fatto che ognuno tenesse minacciosamente salda in mano la propria “manela” rendeva lo scontro pericoloso, capitava a volte che qualcuno ne uscisse malconcio.
Del gioco della lippa esisteva anche altra versione che somiglia molto al baseball, poiché è il raccoglitore che lancia il “ciancol” e il battitore deve cercare di colpirlo.
Alla lippa si giocò fino agli anni cinquanta del secolo scorso, poi nelle tasche della gente arrivò qualche soldo in più che consentì ai genitori di comprare ai loro figli giocattoli veri.
Sparirono anche i terreni sterrati, ideali per questo gioco, vennero coperti da cemento e catrame, ma probabilmente anche la pericolosità del gioco convinse i genitori a indirizzare i loro ragazzi su nuovi svaghi.
Fortunatamente arrivò il pallone di cuoio, per giocare “al fubal”, così veniva chiamato allora il gioco del calcio, arrivò anche la televisione che cambiò irrimediabilmente le abitudini di tutti.
Si può affermare così che con la fine del gioco della lippa termina un’epoca; il consumismo, minaccioso, è dietro l’angolo.
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La cosa più preziosa che puoi ricevere da chi ami è il suo tempo.
Non sono le parole, non sono i fiori, i regali. È il tempo.
Perché quello non torna indietro e quello che ha dato a te è solo tuo, non importa se è stata un’ora o una vita.

(David Grossman)

 
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