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Regionale
lunedì 9 dicembre 2019.
“Lostáll, iér e inché per domán”: Lostallo e i sui toponimi nel tempo
di Lino Succetti


Sguardo su Lostáll, come dice Margherita “inché” e più precisamente lo scorso 30 novembre 2019 da La Mòta, punto panoramico sul sentiero Mòtt de Bàrn – Bertedà. (foto Lino Succetti)

Il volume di quasi 170 pagine con diverse foto e documentazione varia è stato presentato davanti ad un folto pubblico l’8 dicembre 2019 nella sala polivalente del palazzo scolastico di Lostallo. Si completa così la trilogia dedicata ai toponimi dell’alta Mesolcina dopo i “I toponimi del comune di Soazza” di Paolo Mantovani e “Mesòcch e i sò sitt” di Aurelio Ciocco.

Grazie all’impulso dato dal Consiglio culturale del Centro di Circolo con sede a Soazza - scrive Luciano Mantovani nell’invito per la presentazione del volume - Margherita Cadenazzi-Rosa ha dato vita a questo importante lavoro di ricerca, sostenuta dal Consiglio culturale di Circolo (di cui fa parte), dal Comune di Lostallo, da suo marito Dante, da alcuni collaboratori compaesani e da Vincenzo Sciuchetti, pure membro del Consiglio culturale. Margherita ha assiduamente lavorato per più di cinque anni a raccogliere e catalogare i toponimi del suo comune, ascoltando le testimonianze dei compaesani, di cacciatori e frequentatori delle montagne, consultando e trascrivendo vecchi documenti, raccogliendo e catalogando antiche fotografie, scoprendo notizie, aneddoti e leggende del suo paese. Hanno pure collaborato il linguista Stefano Vassere per la scrittura in dialetto dei nomi di luogo e lo storico Marco Marcacci quale consulente.



Particolare nella zona della Golena di Rosera, che fa parte dell’inventario per la protezione delle zone golenali di importanza nazionale (foto Lino Succetti 2019)

A proposito dell’argomento principale del volume, i toponimi appunto, con pure l’aggiunta di capitoli e relative foto inerenti notizie storiche, confini, descrizione di edifici pubblici o ecclesiastici, artigianati locali, leggende, accenni di cronaca, casati, ecc. spulciati da varie fonti, anche per Lostallo è difficile e come nella maggior parte dei casi impossibile sapere precisamente quando gli abitanti hanno iniziato ad attribuire un nome ai luoghi che li circondavano, un’operazione che da secoli caratterizza ogni territorio. I toponimi sono infatti quasi sempre veri e propri "segni di segnalazione del territorio da parte dell’uomo" e specialmente nelle zone rurali assumevano un’importanza fondamentale perché servivano ad orientarsi nello spazio e a stabilire proprietà (ricordando spesso i nomi o soprannomi dei detentori dei fondi in epoche passate), confini, ecc.. Anche nella società lostallese, fino a diversi decenni fa prevalentemente rurale, prati, corsi d’acqua, colli, monti, sentieri, boschi, ecc. hanno perciò ricevuto una loro denominazione. Per la scelta dei nomi l’indigeno ha attinto alla sua esperienza e alla sua immaginazione e la toponomastica diventa così una fonte primaria dove rinvenire o almeno ipotizzare le tracce delle attività umane, dell’organizzazione sociale e pure dei cambiamenti del territorio con la nascita di nuovi toponimi.



Parte del territorio denominato el Càmp di Polàcch, sinonimo nato per denominare la zona bonificata da internati polacchi durante l’ultima guerra mondiale e recentemente occupata in parte dallo stabilimento per l’allevamento dei salmoni. (foto Lino Succetti, 2018)

Nel volume, oltre ai cosiddetti toponimi ufficiali: nomi del comune, frazioni, vie, piazze, ecc. cristallizzati nel tempo e da poco ufficializzati con la messa in funzione dello stradario comunale, proprio i toponimi meno conosciuti e segnalati su di una dettagliata cartina topografica in formato A2 allegata al volume costituiscono un vero patrimonio storico che se non documentato rischierebbe almeno in parte di scomparire. Proprio per questo motivo ben vengano dunque le pubblicazioni come “Lostáll, iér e inché per domán”, libro in gran parte dedicato appunto a un repertorio toponomastico riferito ad aspetti caratteristici della morfologia del fondovalle e montana del vasto territorio lostallese, che per quanto concerne “ iér” ci ricordano come chi ci ha preceduto nei decenni e nei secoli passati vedeva e descriveva l’ambiente che lo circondava. E “inché per domán”, come ci viene da interpretare il titolo scelto da Margherita, per far sì che il tutto (i nomi sono stati inventariati facendo capo a inchieste condotte sul terreno con informanti locali, completate e integrate da fonti documentarie, cartografiche e bibliografiche) venga tramandato a futura memoria, anche perché altrimenti non è facile conservare un patrimonio di informazioni, trasmesse principalmente per via orale, che va ben presto in gran parte perso con la scomparsa degli informatori più anziani in special modo per quanto riguarda i toponimi più antichi e discosti dal territorio abitato.



Lostallo 1885 -carta topografica

In futuro sarebbe pure interessante se le ricerche di toponomastica fossero poi presenti anche in rete, facilmente consultabili, aggiornati, completati o se del caso corretti.

Ecco tre esempi di toponimi elencati in “Lostáll, iér e inché per domán” con un relativo breve commento, lasciando poi al lettore la possibilità di scoprire tutti gli altri sfogliando il volume: "Ca di Pizzìtt" Casa del XVI secolo con due affreschi sulla facciata principale; molto ben conservata. Anticamente apparteneva alla famiglia Pizzetti già citati nel 1666 (Quaderni grigionitaliani No. 1, 1951), "Piòta d’Vé” Roccia a forma di V, “Mezzàna” Pascolo a circa metà strada tra l’alpe della Vall d’Àrbola e l Alp de Pozz.
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“I bambini oggi sono dei tiranni. Contraddicono i genitori, ingoiano il loro cibo e tiranneggiano i loro insegnanti.”

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