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Cultura
domenica 2 febbraio 2020.
LA PULIZIA DEI FOSSI (L’ecologia di ieri)
di Teresio Bianchessi

La cascinetta dove abitavo da bambino era appena fuori paese, nel breve tratto di strada sterrata che dalla chiesa portava verso la campagna.



Davanti aveva una piccola aia dove, se non c’era da essiccare il grano, razzolavano anatre e galline mentre sul retro c’era la barchessa, un portico spiovente che ospitava di volta in volta attrezzi di lavoro, legna e, in autunno, le botti per fermentare il mosto.
La parete della cucina confinava con la piccola stalla che ospitava il cavallo, la mucca e il maiale, sopra c’era il fienile e sul lato sinistro, quello della saletta, l’orto e i filari d’uva che confinava con la roggia detta in dialetto “ruseta” viste le sue piccole dimensioni rispetto alla “Borromea” che passava fuori paese.
La “ruseta” scorreva a vista lungo tutto il tratto dell’orto per intrufolarsi poi sotto il ponte della strada e riuscire appena percorsi i pochi metri coperti.
Era l’angolo di casa che più mi piaceva, mi incantava osservarla d’inverno quando le piccole pozze d’acqua rimaste si trasformavano in ricami di ghiaccio diversi uno dall’altro; ancor più in primavera, perché fiorivano i fiori delle robinie, bianchi grappoli profumatissimi che abbellivano il fossato mentre nell’intreccio dei suoi spinosi rami trovavano riparo le anatrine selvatiche e nidificavano lo scricciolo e il pettirosso.
D’estate poi, quando la portata d’acqua era impetuosa, mi divertivo a costruire barchette di legno che mettevo in acqua per poi rincorrerle e vederle sbucare dall’altra parte del tombino.
Una volta l’anno, a primavera, l’asciugavano e noi bimbi trasformavamo quel momento in gioco sfidandoci ad attraversare quel buio tratto tombinato.
Era una vera e propria prova di coraggio.
Attraversare quel tunnel buio, umido, era davvero pericoloso, ne uscivamo col cuore in gola, spaventati dalle salamandre che schizzavano furenti al nostro passaggio, con tagli ai piedi provocati dai cocci di vetro, scalciando atterriti le nere sanguisughe che nel tragitto si erano appiccicate ai nostri piedi, ma orgogliosi di aver superato la prova.
Quanti ricordi legati a quella roggia!
Naturalmente la sua funzione non era quella di far giocare noi bambini, serviva per l’irrigazione di tutti i campi adiacenti al paese che abbracciava amorevolmente girando loro attorno.
Risorsa vitale l’acqua e proprio per questo i corsi andavano ben tenuti, ripuliti da detriti e dalla melma che si posava sul fondo riducendone conseguentemente la portata.
Era un lavoro di inizio primavera segnalato dall’odore inconfondibile, aspro, marcio, del fango rimosso a forza di badile e gettato sulle rive; le sponde acquisivano a quel punto un colore grigiastro e lo strato di melma soffocava ancora per un poco il verde tenue della oramai scalpitante primavera.
Venivano assoldati per questo lavoro i disoccupati del tempo e giovani con qualche problema comportamentale che, sotto la guida del camparo, in dialetto “’l campèer” (autorità ai tempi preposta alla manutenzione e al controllo dei canali irrigui) dovevano svolgere diligentemente quella pulizia.
Durava giorni e giorni.
Naturalmente venivano prima prosciugati tutti i corsi d’acqua, piccoli e grandi e accadeva così che sotto i ponti, soprattutto quelli della grande “Borromea” , restassero sacche d’acqua profonde anche metri, che diventavano l’ultima disperata via di fuga per i molti pesci che guizzavano in quei corsi irrigui.
La situazione non sfuggiva agli adulti che intravedevano, nel ribollire della pozza, l’opportunità di una pesca miracolosa che avrebbe aggiunto sapore alla povera tavola del tempo.
Così i giovani più robusti formavano una compagnia per prosciugare la buca, erigevano un argine per evitare il ritorno dell’acqua poi con stivaloni ma anche a gambe nude entravano e a forza di pala iniziava il pesante e lungo lavoro di svuotamento.
Per noi bambini era nuova attrazione.
All’inizio ci annoiavamo un po’, sembrava non succedesse niente, ma quando poca era rimasta l’acqua questa iniziava a “bollire” e s’iniziava a vedere le gobbe argentee, luccicanti dei pesci che cercavano disperatamente di sfuggire alla cattura e quell’insolito spettacolo creava uno stato febbrile, sia in chi era in acqua sia in chi stava sulle sponde, e non eravamo solo noi bambini.
Era la pesca miracolosa del vangelo: balbi, cavedani, lucci, alborelle, ma anche trote finivano prima nelle reti poi nei secchi e la sera, in molti cortili, si potevano vedere le mamme intente ad eviscerare quel ben di Dio per fare saporite fritture e carpionare poi gli avanzi che sarebbero durati giorni.
Era dono di Dio: “…Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta…”.
Ed era bene di tutti e lo sapeva di certo il camparo che d’estate dissetava, alzando e chiudendo le chiuse, di ognuno i campi, con immissioni necessarie, imparziali, che garantivano il giusto fabbisogno d’acqua sia al piccolo che al grande proprietario, affinché il grano maturasse e portasse pane sulla tavola di tutte le famiglie.



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Se il tuo lume brilla più degli altri siine felice ma non spegnere mai il lume degli altri per far brillare il tuo.

Proverbio cinese

 
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