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Cultura
sabato 20 giugno 2020.
Coronavirus, razzismo e iconoclasti
di Teresio Bianchessi

"Non respiro", ha detto George Floyd al poliziotto che per oltre sette minuti gli è stato sopra il collo con un ginocchio, “non respiro” ha continuato ad implorare inascoltato.

Di questi tempi tutti stiamo faticando a respirare; il timore del coronavirus ci tiene ancora prigionieri, balbettiamo nelle ordinarie pratiche quotidiane, diffidiamo di chi ci sfiora, di cosa tocchiamo, temiamo ancora per la salute nostra e dei nostri cari, guardiamo preoccupati al futuro.
La vita però non si ferma e nel Minnesota quell’uomo afro americano va a prendere un pacchetto di sigarette, paga con una banconota da 20 dollari, per la commessa è falsa, arriva la polizia e l’uomo muore come tutti sappiamo.
Scoppia la rabbia, più forte della pandemia; perché sempre neri, si chiedono neri e bianchi e così in America, ma anche in tante capitali europee e non solo, la gente scende in piazza, protesta con forza per combattere un male che sembra più tenace del virus: il razzismo.
L’odio razziale ha radici lontane, risale ai tempi degli schiavisti, dei negrieri, dei colonizzatori; accade così che la collera prende di mira anche le statue, ne fa le spese pure Cristoforo Colombo, il suo busto in centro a Minneapolis, viene abbattuto.
Il frastuono che ne segue fa tremare la terra, risveglia istinti brutali, rancori mai assopiti che danno la stura ad una violenza iconoclastica vista solo alla caduta dei regimi di Saddam Hussein, Ceausescu, Gheddafi o Mussolini in tempi nefasti e più lontani, per citarne alcuni.
Ma i vandalismi di questi giorni alle statue di Cristoforo Colombo, Winston Churchill, Mahatma Gandhi, Cecil Rhodes ed altri, che scontento rivelano?
Solo rancore per un passato coloniale?
Ai “Giardini di Porta Venezia” a Milano la statua di Indro Montanelli non è stata abbattuta ma imbrattata con cinque barattoli di vernice rossa, in nero la scritta: “Razzista stupratore”, accusa che rimanda ad un fatto noto della vita dello scrittore/giornalista risalente alla guerra d’Africa.
Il gesto è stato rivendicato da due collettivi studenteschi: “LUME laboratorio universitario metropolitano” e “Rete studenti Milano” come diretta conseguenza dell’uccisione di George Floyd e con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema ancora imperante del razzismo.
Hanno dato anche una motivazione ideologica, sintetica:
“Meccanismo intersezionale di trasformazione del presente e del futuro”.
?
Il punto interrogativo non vuole assolutamente banalizzare, anzi esprime difficoltà di comprensione perché, sino a ieri, vivevamo con la certezza che senza memoria del passato non può esserci futuro.
Come spiegare allora questi gesti iconoclastici?
Che sia davvero arrivato il tempo di profondi cambiamenti?
Da tempo ce lo chiede anche una ragazzina, Greta Thumberg preoccupata per la precaria salute della nostra Madre Terra.
Intanto in Italia la politica ha indetto gli “Stati Generali” per capire, valutare nel modo migliore come affrontare l’attuale preoccupante crisi economica; a Villa Pamphili sfilano banche, industriali, commercianti, sindacati, economisti ma, alla luce di quanto sopra, pur apprezzando lo sforzo, non viene il dubbio che siano riti stantii o comunque non sufficienti, visti i tempi?
Le proteste di questi giorni non chiedono forse di rimescolare le carte, abbattere barriere, rinegoziare valori, per un futuro meno conflittuale?

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Se il tuo lume brilla più degli altri siine felice ma non spegnere mai il lume degli altri per far brillare il tuo.

Proverbio cinese

 
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