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Storia di luoghi - Luoghi della storia
martedì 11 ottobre 2011.
Il campo di lavoro di Pian S. Giacomo
di Marco Marcacci

Il campo di lavoro per internati civili, allestito tra il 1943 e il 1945 a Pian San Giacomo, non ha apparentemente lasciato un ricordo profondo nella memoria collettiva locale. Il segno più tangibile del campo è iscritto nel paesaggio: l’aspetto attuale della piana, libera da sassi e boscaglie, è il risultato dei lavori di dissodamento e disboscamento effettuati dagli ospiti del campo.

Cartolina postale di Pian S. Giacomo prima dei lavori di dissodamento.

Il forte afflusso di rifugiati civili e militari, soprattutto dall’Italia, dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione del Nord da parte delle truppe tedesche, obbligò la Confederazione ad allestire dei campi per ospitare e occupare i profughi. Gli uomini in grado di lavorare che non possedevano i mezzi economici per sostentarsi nel nostro Paese, venivano assegnati a questi campi, diretti da un’apposita organizzazione centrale, dove i rifugiati erano adibiti a lavori agricoli o di pubblica utilità, in cambio di vitto e alloggio e di un salario simbolico. Uno di questi campi, il solo nel Grigioni italiano, fu ubicato a Pian S. Giacomo. Erano nove baracche sistemate all’estremità sud della zona, sul costone sopra la chiesa, dove oggi sorgono alcune casette di vacanza.
Il pendio sul quale erano sistemate le baracche del campo.

Gli ospiti del campo, circa 200, erano in gran parte giovani provenienti dalle zone di confine del Comasco e del Chiavennasco, giunti da noi attraverso i sentieri alpini che conoscevano bene. Avevano scelto di rifugiarsi in Svizzera soprattutto per sottrarsi all’arruolamento nell’esercito nazifascista della Repubblica Sociale Italiana. Tra gli internati vi erano però anche rifugiati di origine ebraica, di altra estrazione sociale: intellettuali, ingegneri, commercianti. La vita nel campo ci è nota, oltre che dalla documentazione rimasta negli archivi federali, dalle numerose testimonianze raccolte da Renata Broggini, che ha dedicato diverse opere ai profughi italiani in Svizzera.
Una squadra di internati al lavoro (foto Gualtiero Morpurgo, Milano).

Più che dalle fatiche del lavoro nei prati e nei boschi, al quale molti di loro erano avvezzi, gli ospiti del campo furono impressionati negativamente dal vento gelido che spirava quasi sempre, dai servizi igienici alquanto primitivi, dalla cattiva qualità del rancio e dal comportamento talvolta vessatorio degli amministratori. Con il passare dei mesi la situazione migliorò anche in seguito all’arrivo di un nuovo responsabile del campo. Costui si fece promotore della pubblicazione di un giornalino ciclostilato “L’Eco di Pian San Giacomo” nelle cui pagine anche le magagne del campo e le lamentele degli internati erano trattate in tono piuttosto umoristico.
La “testata” del giornalino ciclostilato.

Assegnato per alcuni mesi al campo di lavoro di Pian San Giacomo, Gualtiero Morpurgo ha dedicato diversi capitoli del suo libro autobiografico“Il violino rifugiato” (2006) a quella sua esperienza mesolcinese. Ebreo in fuga dalle persecuzioni razziali, Morpurgo (nato nel 1913), ingegnere con la passione per la fotografia, il violino e la scrittura (nel dopoguerra divenne giornalista), narra con linguaggio preciso ma spesso anche ironico e autoironico, la vita quotidiana degli internati, i difficili rapporti con il personale di sorveglianza, i giorni di congedo con la possibilità di recarsi a Bellinzona o a Lugano, le serate passate al ristorante della Posta, ad ascoltare la radio e a seguire con crescente ottimismo l’avanzata delle truppe alleate. Morpurgo aveva con sé il violino, che teneva appeso sopra il letto a castello e che suonava nottetempo nella baracca adibita a lavatoio.
Un po’ di umorismo... (foto Gualtiero Morpurgo, Milano).

Improvvisatosi fotografo del campo, con la complicità del negozio Vicari di Lugano che gli forniva le pellicole e le sviluppava, Gualtiero Morpurgo guadagnava qualche franco vendendo foto-ricordo ai compagni di lavoro. Le sue immagini sono una bella testimonianza della vita nel campo e del lavoro svolto dagli internati per la bonifica di Pian San Giacomo.
Nel dormitorio (foto Gualtiero Morpurgo, Milano).

L’autore ringrazia Renata Broggini e Brunetto Vivalda per le informazioni e il materiale iconografico messo a disposizione.



Bibliografia sommaria

Renata Broggini, Terra d’asilo. I rifugiati italiani in Svizzera 1943-1945, Lugano, 1993.

Renata Broggini, La frontiera della speranza. Gli ebrei dall’Italia verso la Svizzera 1943-1945, Milano, 1998.

Gualtiero Morpurgo, Il violino rifugiato, Milano, Mursia, 2006.

Renata Broggini, “Un campo di lavoro nel Grigioni italiano: Pian San Giacomo (1943-1945)”, Quaderni grigionitaliani, 3, 2007, p. 317-324.
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Se vuoi essere rispettato dagli altri, la cosa più grande è rispettare te stesso.
Solo in quel modo, solo con il rispetto di te stesso tu obblighi gli altri a rispettarti.

(Fëdor Dostoevskij)

 
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