lunedì 20 febbraio 2012.
Homo homini lupus
di Paolo Riz à Porta
Riprendo il discorso sulla pazzia del nostro mondo.
Mi rendo conto che tutto quello che mi agita e ricordo non serve a cambiare nemmeno una virgola della nostra malattia mondiale di potere e dominio; l’essere del genere umano, non molto differente da quello del genere animale, è sempre stato quello del dominio sul debole la tendenza ad accaparrarsi la maggiore quantità possibile di beni che si ritiene siano indispensabili per il benessere momentaneo e, quello che ci auguriamo, anche nel futuro. Ma per soddisfare i nostri desideri abbiamo aggiunto alla forza bruta umana anche quella del pensiero e così troviamo sempre una scusa per dominare nel mondo non mettendo in campo, ma molto raramente, l’uso della forza.
Questa premessa mi ha preso la mano ed ora devo ritornare a quello che volevo dire e risvegliarlo nella vostra memoria. Una poesia che, ancora adolescenti, mi commuoveva fino alle lacrime quando la leggevo.
Sono sicuro che tutti, o forse solo molti, ricordano Giovanni Pascoli, il poeta italiano nato nel 1855 a San Mauro di Romagna e morto a Bologna nel 1912.
Quel Pascoli della “Cavallina storna” che almeno una volta, durante il periodo scolastico avrete avuto l’occasione di leggere e di rileggere.
Il titolo della poesia che riproduco solo in parte è:
I due fanciulli.
Era il tramonto e ai garruli trastulli
erano intenti, nella pace d’oro
dell’ombroso viale, i due fanciulli.
Nel gioco, serio al pari d’un lavoro,
corsero a un tratto, con stupor de’ tigli,
tra loro parole grandi più di loro.
A sé videro nuovi occhi, cipigli
non più veduti, e l’uno e l’altro, esangue,
ne’ tenui diti si trovò gli artigli,
e in cuore un’acre bramosia di sangue,
e lo videro fuori, essi, i fratelli,
l’un dell’altro per il volto, il sangue.
A questo punto interviene la madre, li rimprovera e li spedisce a letto per punizione. Lascio al lettore il piacere di rileggere questo passo della poesia. Preferisco passare direttamente ai versi che la concludono che sono in relazione a “mondo pazzo” e “Homo homini lupus”.
Uomini, nella truce ora dei lupi,
pensate all’ombra del destino ignoto
che ne circonda, e ai silenzi cupi
che regnano oltre il breve suon del moto
vostro e il fragore della vostra guerra
ronzio d’un’ape dentro il bugno vuoto.
Uomini. pace! Nella prona terra
troppo è il mistero; e solo chi procaccia
d’aver fratelli in suo timor, non erra.
La poesia si conclude con un richiamo alla pace ed alla fratellanza umana per affrontare con animo sereno la conclusione della vita.
Anche qui lascio a voi il piacere di rileggere questa poesia che contiene nelle sue poche parole una grande verità: la violenza genera violenza. (Ma quando lo impareremo!)
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