• 14757 Greenday 2020 – Festa della sostenibilità
  • 14730 Attenti a "Radar" c’è Lulo!
  • 14617 Apphalthopolis
Ospiti
giovedì 27 luglio 2006.
Noi Mesolcinesi e Calanchini come siamo?

Conoscere come siamo considerati dagli altri, vedere che difetti e qualità abbiamo, è un po’ come guardarci nello specchio, fare un esame di coscienza e considerare le nostre peculiarità buone o cattive che siano.
Gian Giacomo Trivulzio detto il Magno (1441-1518), uno dei maggiori condottieri del Rinascimento, che nel 1480 comperò la Signoría di Mesolcina dai de Sacco, nel 1485 così si espresse su di noi: “havendosse ad fare con gente súbita et mobile, che tene l’arma poso l’uscio” e, poco dopo, “costoro sono di natura tale che li mostra il ditto, voleno el brazo, non che mostrarli il brazo per darli solo il ditto”. Ed egli, che sicuramente non era uno stupido, non si fidò mai assolutamente dei Mesolcinesi, tanto che i suoi castellani, commissari, fattori e rappresentanti in Valle furono sempre provenienti o dal Comasco o da altre zone della Lombardia, ma mai Mesolcinesi.
E il Duca di Milano, rivolgendosi al suo messo Cesare Porro nel 1487, gli raccomandava di essere molto guardingo nelle parole “essendo quella natione della natura che è, convene andar secho con dolce et amorevole parole, né irritarli in cosa alcuna”.
Gian Giacomo Trivulzio nei primi anni del suo dominio, capita immediatamente la nostra indole, tentò di assoggettarci usando la forza e la prepotenza e cercando di spremerci come limoni per recuperare i denari che aveva speso nell’acquisto della Signoría. Ma la cosa non gli riuscì poiché si scontrò con la ferma opposizione di alcune grandi personalità nostre, tra cui spicca la fulgida ed eroica figura del pubblico notaio Gaspare Nigris di Mesocco. Egli, appartenente ad una dinastia di notai di Andergia di Mesocco, i del Nigro de Advocatis, capì subito di che pasta era fatto il Trivulzio e si oppose fermamente alle sue illegali prepotenze. Per questo nell’autunno del 1482 venne ingiustamente accusato dal Trivulzio di tradimento, arrestato e imprigionato nel castello di Mesocco e ivi processato con tortura, il che era illegale in base agli Statuti di Valle. Gaspare Nigris, sotto i tormenti dei torturatori, alla fine confessò di aver tradito il Trivulzio. Venne perciò, nell’ottobre 1482, condannato a morte, impiccato entro le mura del castello e il suo cadavere buttato dalle mura del maniero a valle: “Gasparum de Nigris, Notarium Misauci, ex pinnaculo castri deiici praecepit”, con la confisca di tutti i suoi beni.
Allora anche il resto del popolo capì con chi si aveva a che fare e si rivolse al Vescovo di Coira e alle Tre Leghe, che con decisione intervennero, obbligando il Trivulzio a fare marcia indietro. I beni confiscati vennero restituiti agli eredi e il Trivulzio cambiò metodo, avendo capito che, con gente montanara così decisa, la prepotenza, l’arroganza e l’uso della forza avrebbero portato solo a difficoltà, pasticci e grane, anche perché i nostri l’arma non la tenevano solo “poso l’uscio” ma la sapevano anche usare !
Morto il Magno Trivulzio nel 1518 la Signoría di Mesolcina passò al suo abiatico Gian Francesco Trivulzio, che allora era ancora bambino, essendo premorto suo padre Nicolò, unico figlio legittimo di Gian Giacomo (gli altri sette figli era naturali). Ben presto i nostri antecessori capirono che Gian Francesco non era fatto della stessa stoffa dell’avo, che riusciva, con una vita scellerata, a spendere più di quanto incassava. Gian Francesco commise, secondo me, un errore imperdonabile, oltre a molti altri: cominciò a dare procura per parecchi dei suoi affari in Valle a dei notabili vallerani (cosa che suo nonno non avrebbe mai fatto). Questi ne approfittarono e, lentamente, con grande pazienza durata un trentennio, nonché con enormi sacrifici finanziari, riuscirono finalmente nel 1549 a liberarsi definitivamente dai Trivulzio, conquistando la tanto agognata libertà, che oggi diremmo indipendenza. I Trivulzio si pentirono quasi subito del pessimo affare fatto e per oltre mezzo secolo instaurarono una grande lite giuridica presso tutti i tribunali della Lega Grigia e delle Tre Leghe per rientrare in possesso di quanto molto stupidamente avevano venduto, ma non ci fu nulla da fare, anche perché i nostri confederati della Lega Grigia e delle altre due Leghe, tutta gente montanara come noi, ci difesero a denti stretti, cosa che storicamente deve essere riconosciuta, anche se oggi i nostri concantonesi d’oltre San Bernardino li consideriamo piuttosto poco attenti alle nostre necessità.
Ma nel nostro carattere c’è anche la grande litigiosità, propria di tutte le popolazioni alpine, per la semplice ragione che la vita montanara è molto più ardua e difficile di quella della pianura e anche il possesso di ogni filo d’erba ha la sua importanza. Immediatamente dopo la liquidazione dei Trivulzio i nostri pij antecessori cominciarono a litigare tra di loro e queste liti si protrassero in seguito durante tutto l’ancien régime. Con le liti tra il Vicariato di Mesocco e quello di Roveredo, tra la Calanca e il resto della Mesolcina, tra i singoli comuni tra di loro, spesso intersecati con le situazioni internazionali (torbidi grigioni, Guerra dei Trent’anni, epidemie di peste, grippe, vajolo, colera, dissenteria, ecc.), dove talvolta la scusa di guerra di religione serviva a mascherare grandi interessi economici o politici; l’eterno conflitto con il contado di Bellinzona per confini, dazi e pedaggi; i problemi creatisi nei paesi cosiddetti sudditi (Valtellina. Bormio e Chiavenna), abbiamo tirato innanzi in modo dignitoso fino al termine del Settecento.
Un secolo dopo le prime valutazioni su di noi fatte da Gian Giacomo Trivulzio, un’altra grande personalità si espresse su di noi: il cardinale arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, poi canonizzato nel 1610. Nel novembre 1583 egli venne in visita apostolica nel Moesano ed espresse per iscritto le sue impressioni. Per meglio comprendere le cose bisogna specificare che scoppiata la Riforma, anche nel Moesano vennero dei predicatori riformati, in particolare attorno alla metà del Cinquecento Giovanni Beccaria detto il Canessa, Giovanni Antonio Viscardi detto il Trontano, Guarnerio Castiglione, il Socino e altri. Nella libera Repubblica delle Tre Leghe con le Diete di Ilanz del 1524 e 1526 venne sancita la libertà di culto e da noi la Riforma stava attecchendo assai bene, ma poi ci fu la Controriforma il cui fatto principale per noi è la citata visita apostolica di Carlo Borromeo.
Nelle sue relazioni al Vaticano san Carlo Borromeo così ci descrisse, anche se il suo è un punto di vista partigiano e interessato a ripristinare la fede cattolica romana.
Egli spiega al Vaticano come siamo strutturati, parla di circa 11’000 anime, con i due governi principali di Mesocco e di Roveredo [Vicariati] e specifica che vi si parla la lingua italiana.
Lo stato di questa Valle è che ‘l popolo minuto è comunemente catholico assai semplice, et atto alla obbedienza se non che corre senza ritegno alcuno a mangiar cibi proibiti in ogni giorno [senza osservare il divieto delle carni al venerdì], quando si trova in paesi eretici [al di là del San Bernardino], ma alcuni massime de principali sono heretici ne è meraviglia, sì per il continuo commercio et collegatione c’hanno con gli altri Grigioni convicini eretici, come anco perché sono qui vissuti molti anni quei due famosi heretici il Trontano, et il Canessa, et vi morì anco gli anni passati quel Ludovico Besozzo nobile fuggitivo di Milano discepolo del Trontano, et per la dispositione c’ha a questa ruina l’avaritia grande, et usure che seguono in quelle parti”; “queste genti sono assai sospettose di natura”; “È cosa degna di compassione, che fossero tante streghe; ne sono in processo di confesse, o almeno convitte circa 40 e processate più di 100 delle quali si spera qualche purgatione di questo Paese; et il Prevosto istesso della Collegiata capo della Valle, è ancor egli tra quelle, et principale in questo delitto, et in molti altri” [Domenico Quattrini di San Vittore]; “Erano governate queste anime in buona parte da apostati, fuggitivi, scomunicati, et irregolari”; “ et è cosa di gran consolatione veder questi popoli tanto devoti, frequenti, e ferventi in queste occasioni spirituali, quasi come se tutti i giorni fossero di festa, essendo massime il paese così selvatico, ed abbandonato per l’addietro quasi d’ogni aiuto spirituale”; “Quanto alle usure in particolare si sono rimessi a far contratti nell’avvenire, e soddisfare nel passato”; “Alli matrimoni clandestini [cioè matrimoni in gradi proibiti dal codice di diritto canonico per i gradi di consanguineità e affinità fino al 4° grado], si è fatto un puoco di rimedio”; “Si trova gran numero che passa il centenario, di matrimonij in grado proibito in 2° [primi cugini] ovvero in 4° alli quali si va rimediando”.
Mesocco - “Questa parte della Valle si è trovata nelle cose della fede molto più infetta che l’altra, di che sono manifeste le cause, prima perché confina immediatamente con la Valle di Reno parte pur della Lega Grisa, ma corrotta affatto tutta di heresie calviniste, et però priva di Messe, sacerdoti, et d’ogni culto divino, e per la vicinità di questo paese è più frequente il commercio loro con quella Valle, onde la terra ultima di questo comune di Mesocco verso la detta Valle di Reno, è per la maggior parte heretica” ; “Un’altra causa concorre pricipalmente alla infettione di questo comune di Mesocco, et è l’habitatione qui che n’hanno havuto quei tre nominati nell’altra relatione, cioè il Canossa, Trontano, et poi il Besozzo, et prima di loro tutti, un frate Aurelio apostata dell’ordine francescano zoccolante, che fu primo seminatore di questa zizzannia, oltre che ve ne habitano adesso ancora alcuni arrabbiati, ed ostinati grandemente nel’heresie, et spetialmente un Francesco Socino da trent’anni in qua”; “Il popolo universalmente è catolicho, et ben inclinato, fuori de quelli abusi comuni tocchi nell’altra relatione cioè delli cibi prohibiti, quando si trovano in luoghi infetti, dell’avaritia, et contratti usurarij; quanto ai ricchi, et matrimonij in grado proibito contratti con molto ignoranza, et usurpatione manifesta dell’autorité ecclesiastica”; “Non vi sono, si può dire, peccati di carne, pocchi altri peccati, sono huomini semplici, facili all’obbedienza, desiderosi di essere aiutati; tanto frequenti alla chiesa”.
Prima di venire in Mesolcina san Carlo pernottò al convento dei Francescani di Bellinzona e lì gli dissero che i Mesolcinesi apprezzavano bere qualche bicchiere di vino, per cui sarebbe stato opportuno che anche lui, che era astemio, si fosse adeguato alla consuetudine, ma non ci fu nulla da fare.
Sulla visita di san Carlo è già stato pubblicato parecchio, per cui rimando a questi articoli per quanto riguarda i dettagli sulla sua descrizione di noi Moesani

Poi nel corso degli anni si rintracciano altre scritti o pubblicazioni che parlano di noi. Ma qui mi limito a menzionare ciò che pubblicò Giovanni Antonio a Marca di Mesocco, Capitano mercenario che fu al servizio del Piemonte e della Francia. Di ritorno in patria, con grande passione di dedicò allo studio della nostra storia e pubblicò in due edizioni (1834 e 1838) il Compendio Storico della Valle Mesolcina. Conoscendo bene i suoi convallerani, ne fece una descrizione che ritengo merita di essere ripubblicata:

Popolazione - La totale popolazione della Mesolcina e Calanca ascendeva al principio del corrente anno a poco meno di sei mila anime.

Costituzione fisica - I Mesolcinesi hanno le vivaci fattezze italiane mescolate colla gravità tedesca; essi sono d’ordinaria e robusta statura, ma poco amanti delle fatiche. Le donne contadine lavorano più degli uomini. Generalmente le Mesolcinesi, senza esser belle, possedono però una certa naturale vivacità che alletta: le più avvenenti si trovano a Mesocco e nella Calanca.

Malattie - Come altrove diverse sono le malattie che scoppiano nella Mesolcina, ma le più ordinarie e danneggevoli sono le punture, le infiammazioni di petto e di polmone; le febbri intermittenti e perniciose assaliscono per lo più gli abitanti della Bassa Mesolcina. [In particolare la tubercolosi era molto diffusa in passato].

Longevità - Le frequenti ventilazioni sono forse la buona causa di vedere nella Valle molti robusti vecchi dell’avanzata età d’ottanta e più anni.

Vitto - Generalmente i Mesolcinesi vivono passabilmente bene, nutrendosi di buone carni, pane, riso, farine, pomi di terra, castagne, e d’ogni sorta di latticini, particolarmente nell’Alta Mesolcina e nella Calanca, ove la principal rendita consiste nella raccolta dei fieni. I Mesolcinesi sono amanti del vino ed acquavite forse di troppo.

Vestito - Sgraziatamente anche nella Mesolcina si va abbandonando l’economico e semplice vestire dei tempi passati, sostituendovi il dannoso lusso particolarmente nelle donne, alcune delle quali per comparire e farsi ammirare consumano in vanità una parte di quanto potrebbe essere impiegato in usi più profittevoli.

Chiese - Le chiese, oratori e cappelle della Mesolcina sono decentemente e passabilmente ben mantenute.

Abitazioni - Se nella Mesolcina si trovano molte belle e comode case costrutte alla cittadina, la maggior parte però di quelle che compongono i piccoli villaggi sono brutte, piccole, ristrette, ed alcune anche senza camini [cioè ancora col focolare di pietra al centro della cucina], fabbricate in legno, massime nella Calanca; tutte hanno però almeno una cucina ed una camera con pigna costrutta in pietra ollare, oppure in calcina, quale chiamasi stufa. Generalmente ciascuna casa ha una contigua stalla. Tutti i fabbricati sono coperti di piotte, ossiano lastroni di pietra.

Produzione e coltivazione - Quantunque il suolo della Valle, particolarmente nella Bassa Mesolcina, sia fertile e produca tutti quei grani e frutti che si coltivano nelle altre vallate meridionali della Svizzera, i Mesolcinesi, particolarmente dalla parte Superiore, poco si dilettano d’agricoltura. L’istesso terreno produce, entro l’anno, due differenti grani, l’ultimo dei quali il saraceno chiamato faina, non matura sempre massime nell’Alta Mesolcina. La Valle abbonda di castagne e noci, ed a Mesocco matura sino il fico ed altre frutta. Solo nella Bassa Mesolcina si coltiva la vigna, i gelsi e i tabacchi che rendono una passabile qualità, e quantità. Quest’ultimo prodotto è però di poca entità, perché il clima e il terreno non ne sono abbastanza confacenti, come propria non è la coltivazione dei gelsi al clima di quei paesi settentrionali, in cui con tanto rovinoso dispendio si pretende d’indurlo a produrre contro natura. La coltivazione delle api, principal antica produzione vallerana, è presentemente molto negletta nella Mesolcina. Con un poco d’industria da questo coltivamento ridonderebbe a tutte le Comuni della Valle un’infallibile gran vantaggio, giacché il suo clima e vegetazione ne sono favorevoli,

Emigrazione - Non volendo i Mesolcinesi applicarsi con assiduità alla coltivazione della terra, e non conoscendo che qualche rustico mestiere, essi sono costretti di procacciarsi altrove i mezzi di sussistenza. Già da lungo tempo parte degli uomini mesolcinesi costumano di rendersi in Francia a professar l’arte di vetraio-pittore, ed altri in Germania in qualità di spazzacamini, da dove apportano ogni anno vistose somme di denaro per estinguere i debiti dalle loro donne dovuti incontrare durante la loro assenza. Si calcola essere la decima parte almeno degli uomini vallerani che sortono in qualità di emigranti dal paese.

Commercio - Il piccol comune reddito di commercio della Mesolcina, il quale non corrisponde alla spesa che si fa dei diversi necessari generi d’importazione, consiste principalmente in ottocento a mille diverse bestie bovine che annualmente sortono dalla Valle, la maggior parte appartenente all’Alta Mesolcina e Calanca; in alcune centinaia di pelli di camoscio e d’altre ordinarie qualità; ed in poca caccia e pesca. Il ricavo delle galette che da pochi anni si coltivano nella Bassa Mesolcina produce una riguardevole entrata. Grande è il commercio nell’esportazione che si fa d’ogni sorta di legnami da fabbrica e carboni; ma siccome non appartiene che a privati speculatori, questo genere di commercio non riesce generalmente che di gran danno alle due valli, le quali indubitatamente, se non metteranno in esecuzione sin che sono ancora in tempo non solo la provvida legge sui boschi urgentemente stata proposta l’anno scorso, e già in vigore presso alcune Comuni cantonali, ma anche impedire provvisoriamente l’ulteriore vendita di boschi generali e selve particolari, si vedranno ciecamente ridotte in una triste situazione.
Il transito delle merci ed i forestieri che traversano la Mesolcina sono pure di non lieve lucro ai Vallerani. [Notasi che la nostra esportazione di un migliaio di vacche all’anno mica era una bazzecola].

Affitti delle alpi - Tutte le Comuni della Mesolcina possedono separatmente, o in unione delle alpi, dalle quali ricavano annualmente più o meno quantità di danaro coll’affittare ai pecorai, durante i tre mesi d’estate, quelle pasture che potrebbero sopravanzare al mantenimento del proprio bestiame, ma particolarmente quelle sulle cime delle montagne, inaccessibili alle bestie bovine. La sola Comune di Leggia già da diversi anni si trova compassionevolmente priva dell’unico alpe che possedeva; essa fidandosi sulla filantropia dei possessori [eredi fu Podestà Carlo Domenico a Marca di Mesocco], spera però di riacquistare un giorno, per mezzo d’un giusto rimborso, quella per lei indispensabile proprietà [ciò avvenne parzialmente solo nel 1868 dopo una gigantesca lite giuridica davanti al Tribunale di appello grigione]. Le Comuni dell’intera Calanca possedono in società le loro alpi. Il piccolo reddito che si ritira col permettere che si cavino le radici di genziana per estrarne dell’acquavita, riesce più dannoso che utile, a motivo dei guasti che si fanno nelle pasture alpine.

Manifatture - Le due piccole da qualche anno in Grono fabbriche esistenti di tabacchi sono di qualche utile commercio alla Mesolcina. In Roveredo esiste una filanda per la seta che si coltiva nella Valle. La costruzione dei due magli, ambedue a tre differenti mazze, piantati l’anno scorso, l’uno nei piani di Verdabbio, e l’altro a settentrione presso Roveredo, invece di produrre un utile ramo di commercio alla Mesolcina, le risulta in contrario di danno a motivo che contribuisce alla distruzione dei boschi vallerani.

Botteghe - In Mesocco, Grono e Roveredo si trovano delle botteghe che forniscono non solo il bisognevole alla vita, ma eziandio dei generi di comodi, di diletto, e di lusso.

Osterie - In tutte le Comuni lungo lo stradale della Valle si trovano osterie ed alberghi per comodo dei viaggiatori; ma le migliori sono in S. Bernardino, Mesocco, Lostallo, Grono, ed in Roveredo.

Fiere e mercati - In Mesolcina si fanno annualmente due fiere di bestiami, l’una in Mesocco nel primo giorno di ottobre, e l’altra al 26 dell’istesso mese in Roveredo [fiera di San Gallo], ove si tengono pure sei mensuali mercati.

Poste - Per il ricevimento e distribuzione delle lettere sono fissati Mesocco, Grono e Roveredo. Dopo l’introduzione delle diligenze e poste a cavalli che attraversano la valle e avvicendano Coira e Bellinzona, esse sono rilevate in S. Bernardino, Mesocco ed in Leggia.

Linguaggio - La madre lingua dei Mesolcinesi è l’italiana e quantunque parlisi alquanto corrottamente, il dialetto dei Vallerani viene ciononostante più facilmente inteso dai Toscani che quello di qualunque altra vicina italiana vallata.
[Illustri linguisti hanno affermato che il dialetto soazzone è quello che più si approssima al toscano].

Culto - Il culto professato in Mesolcina è il cattolico, apostolico-romano, e la valle è sotto la Diocesi di Coira.

Instruzione - Quasi tutte le Comuni della Mesolcina mantengono dei maestri di scuola per la necessaria instruzione dei figliuoli, meno la Val Calanca, nelle cui comunità l’istituzione delle scuole è intieramente affidata alla cura dei rispettivvi parroci che l’esercitano gratuitamente. In ambedue le valli esistono particolari Società per la pubblica istruzione; ed in quella di Calanca principalmente è da due anni introdotto un apposito regolamento molto lodevole e vantaggioso per quelle scuole elementari [a cura del parroco di Cauco prima e poi di Arvigo don Stefano a Silva, iscritto alla Massoneria]. Stato politico - Siccome la Valle Mesolcina coll’annessa Calanca costituiscono l’ottavo Comun grande della Lega Grigia, così il suo governo, come quello di tutto il Cantone Grigione è assolutamente democratico. La Valle Mesolcina è divisa in due giurisdizioni, come pure la Val Calanca. Il ponte di Sorte divide i confini delle due Giurisdizioni di Mesocco e Roveredo.

Valle Calanca - Trovandosi la Valle Calanca congiunta a quella di Mesolcina, e costituendo come si è detto l’ottavo Comun grande della Lega Grigia, non farò attorno ad essa altre narrazioni, se non che osservare brevemente, che quanto alla sua situazione cammina parallela con questa dalla parte di levante incominciando a settentrione, cioè dalle basi del Möschel-horn; ed è si elevata e selvaggia che in essa non vegeta la vite, che al suo ingresso meridionale, il quale imbocca la Comune di Grono; castani sino in Busen, noci sino ad Arvigo, il rimanente della Valle non presenta che piccoli campetti di pomi di terra, prati, pascoli, qualche ciriegio selvatico, boschi di peccia, di larice, e ghiacciaje. Gli uomini, eccetto qualche vecchio, emigrano intieramente professando l’arte del vetraio, o di pittore di stanze; alcuni costumano però d’annualmente ripatriare per qualche settimana verso la fine dell’anno. La caccia, la pesca e la pastorizia sono l’unica loro professione in patria; e tengono costumi, riti, usanze come i loro fratelli mesolcinesi, ma i Calanchini sono più rozzi, più fieri, e meno civilizzati. Il maggior commercio della Calanca consiste in legnami estratti da boschi generali o selve particolari che a gran pregiudizio dell’intera valle si vanno vendendo a speculatori esteri.
Una cosa che indubbiamente ha contribuito a formare il carattere di noi Moesani è l’emigrazione che è sempre stata fortissima. E l’emigrazione ha sempre comportato e comporta grandi sacrifici e tante umiliazioni. Ulrich Campell nella sua cinquecentesca descrizione della Rezia così descrive l’emigrazione dei Calanchini:

“La Calanca è una valle selvaggia e improduttiva. I suoi abitanti sono poveri e molti di loro vanno all’estero a guadagnarsi il pane, qui e là, anche commerciando con resina e pece, per ricavare da nutrire i vecchi e i bambini di casa. Uomini e donne, tutti quelli che sono in grado di camminare, all’inizio dell’inverno lasciano la valle e si sparpagliano nelle Tre Leghe, nella Confederazione e in Germania, dove campano stentatamente fin verso l’estate, quando rincasano con ciò che sono riusciti a guadagnare e a risparmiare”.
Tra gli emigranti della Val Calanca ci sono moltissimi vetrai ambulanti che si recavano fino in Olanda e intere dinastie di raccoglitori di resina di conifere e venditori di pece. Quest’ultimo mestiere rappresenta una particolarità documentata specialmente in Calanca. Anche un altro scrittore svizzero, Johann Stumpf, in un suo libro pubblicato a Zurigo nel 1548, dice le medesime cose del Campell e inoltre ci dà una xilografia che rappresenta un Calanchino intento con un’ascia a ricavare la ragia dal tronco di una conifera.

Adriano Bertossa, nel suo libro Storia della Calanca, pubblicato nel 1937, dedicò un capitolo all’emigrazione e ritenne che questa cominciò solo nel Quattrocento.
Scrive che il mestiere preferito da questi emigranti era quello di vetraio; alcuni facevano anche l’imbianchino. Essi partivano a gruppi subito dopo Pasqua e molti di loro si dirigevano verso la Germania meridionale e il Tirolo per darsi al commercio della resina di conifere, un tempo assai lucroso. Giustamente il Bertossa confutò certe cose pubblicate da storici teutonici che, parlando degli emigranti calanchini, li descrissero come “gente poltrona; che invece di lavorare si davano al ladroneggio” e che “quei pochi emigranti che lavoravano, trafficavano con resina, sapone, filo di ferro, coti, ecc., e riparavano cesti; che poi tutti maltrattavano le bestie, si nutrivano di cani, gatti e di animali morti; dormivano nelle stalle, oppure in fossati; che si adattavano ai lavori più sudici e miseri e che le loro donne erano brutte e poltrone”. Questo quanto affermato dallo storico H.L. Lehmann nel suo libro Die Republik Graubünden stampato a Magdeburgo nel 1797. La critica del Bertossa mi trova completamente d’accordo, poiché un tempo, come ancora oggi, tra gli storici e giornalisti di stirpe tedesca si ha la tendenza a generalizzare dei casi isolati di qualche fannullone per farne uno specchio di un’intera popolazione !

Le descrizioni che ho qui riportato mi sembrano assai corrispondenti alla realtà. Essendo io stesso Mesolcinese, evito di esporre i miei giudizi. Mi sembra però giusto far presente che noi non siamo né migliori, né peggiori degli altri, ma però possediamo anche delle caratteristiche di qualità e di difetti che ci distinguono dagli altri.
Cesare Santi

top

“I bambini oggi sono dei tiranni. Contraddicono i genitori, ingoiano il loro cibo e tiranneggiano i loro insegnanti.”

Socrate

 
Sponsors