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venerdì 6 aprile 2007.
USANZE PASQUALI NOSTRE

Alla Pasqua, che è la maggior festività cristiana, sono legate parecchie delle nostre antiche usanze, fin dalla domenica precedente, detta delle Palme e durante tutta la settimana santa. Queste usanze avevano una ben radicata origine dall’esistenza e cultura dei nostri antecessori e oggi sono in buona parte scomparse, spazzate via senza pietà da una deleteria ‘civiltà dei consumi’, basata solo sul denaro e sul profitto e di conseguenza negligendo tutti quei concetti acquisiti da tempo sull’etica, sulla morale, sul comportamento verso noi stessi e il prossimo, relegando tutto quanto c’era di positivo in solo folclore ad uso commerciale. Ma ecco alcune di queste antiche usanze nel Moesano, prendendo spunto da quanto in parte già pubblicato.

A San Vittore - La liturgia della settimana santa, che ricorda i fatti e misteri fondamentali del Cristianesimo è detta ‘Settimana maggiore’ che però a San Vittore veniva chiamata ‘la setimàna di sprepòsit’, poiché chi non sapeva il latino leggeva e cantava non di rado ‘Roma per Toma’ o anche settimana dei buffoni, per via delle rappresentazioni della Passione, fatte da fedeli del luogo, ove ognuno ci metteva spontaneamente del suo. Tutti prendevano parte alla liturgia di quei giorni iniziando il mercoledì santo con l’ufficio delle tenebre, ‘el matutìn’. Nella collegiata quella sera cominciavano a risuonare le patetiche nenie dei salmi e del canto maestoso delle lamentazioni. I ragazzi seguivano attenti il graduale spegnersi delle 15 candele ritte su un candelabro triangolare detto ‘saetta’, posto davanti all’altare maggiore. Quando non ardeva più che l’unica candela di mezzo, si alzavano dai loro posti, si schieravano ai piedi della gradinata di marmo, brandendo ciascuno un crepitacolo o una raganella (verdàca e maié), attendendo che il prevosto, finite le orazioni, battesse la verga sul predellino dell’altare. A quel segno si scatenava un vero fracasso da uragano, che durava per un po’ di tempo, ricordando gli scherni ed il baccano inscenato dai Giudei davanti a Gesù. Altro importante compito dei ragazzi in quei giorni era quello di chiamare la gente alle funzioni, percorrendo le vie del villaggio con i loro strumenti lignei assordanti, per annunciare il mezzodì o per dare i tre segni che invitano al Mattutino, annunciando: ‘e l miscdì !’ oppure ‘e ‘l prim ségn del matutìn’.

A San Vittore, al suono festoso che annunciava la Resurrezione, chi era rimasto a casa correva a legare il tronco degli alberi fruttiferi, affinché potessero dare copiosi frutti. La sera del giovedì santo grande processione in campagna, alla cappella di Santa Croce. Si rappresentava anche la passione di Gesù Cristo, con un Cristo vivo ed altrettanto vivi Giudei.

A Lostallo la manifestazione era più composta. Il fatto più saliente era la processione del venerdì santo, quando si portava il simulacro di Cristo morto e una ventina di ‘misteri’, cioè strumenti e simboli della passione e della morte del Redentore. E ogni portatore di questi oggetti presentava dalla balaustra il suo ‘mistero’, cantando una vecchia cantilena che ne descriveva la parte avuta nella passione e invitando i fedeli alla penitenza. Il popolo cantava poi un versetto del Miserere e la processione si snodava poi nell’oscurità della selva al canto dello Stabat Mater, ciascuno portando un cero giù per il ripido colle di San Giorgio e attraverso il villaggio per risalire nella parte settentrionale alla chiesa. Un tempo si faceva l’illuminazione con i gusci delle lumache ripieni di olio e posati tra il muschio sui muriccioli della ‘caràa’ e viottoli. Il grande cero pasquale che viene posto per Pasqua in tutte le chiese è chiamato ‘scilòstro” e a Lostallo il colaticcio di tale cero, in seguito veniva conservato dai fedeli che all’occasione lo scaldavano come rimedio alle insidie dei serpi velenosi.

A Grono dopo l’ufficio del giovedì santo seguiva la lavanda dei piedi dei Confratelli vestiti di bianco, la benedizione del pane e del vino e la distribuzione degli stessi ai fedeli, con l’agape fraterna a base di pane, vino, fichi secchi e mandorle. I Confratelli recitavano la ‘Disciplina’ ed eseguivano l’autoflagellazione, per la quale si servivano di un strumento formato da un manico di legno lungo una spanna e lavorato, con tre catenelle snodate, strumento che veniva loro consegnato il lunedì di Pasqua giorno della loro vestizione e che poi conservavano legato al fianco destro. Al venerdì santo c’era poi la processione con il Cristo morto portato dai Confratelli più giovani, con sosta nella chiesa di San Bernardino in piazza. La funzione si chiudeva nella parrocchiale di San Clemente con il bacio al costato di Cristo. Il sabato santo, con le sue cerimonie della resurrezione, con la benedizione dell’acqua e del fuoco è ancora un esempio di costumanze pagane e anche di riti di adorazione degli elementi più necessari e temuti dall’uomo, che poi furono adottate con le debite trasformazioni dal Cristianesimo. Il carbone benedetto il sabato santo serviva per sterminare e disperdere le formiche, disponendolo in forma di piccole croci sul loro passaggio. Lavando gli occhi con l’acqua appena benedetta e attinta dal sacro fonte ci si preservava dalle malattie agli occhi con la certezza un giorno di vedere Dio.

A Soazza, oltre all’usuale benedizione dell’acqua e del fuoco, il sabato santo, si benedicevano anche le uova e il sale.

A Mesocco il sacrista o il tutore della chiesa tagliava a pezzetti le tre candele benedette l’anno prima e che avevano brillato sul candelabro tripartito. Chi voleva ne ritirava un pezzetto per poi accenderlo durante l’estate per far cessare gli uragani, pronunciando la solita invocazione a santa Barbara e a san Simone. Uguale effetto si otteneva bruciando un ramoscello d’olivo sul davanzale della finestra e aspergendo la camera con l’acqua benedetta.

In Calanca, il sabato santo ogni famiglia portava sul sagrato un pezzo di legno per il fuoco da benedirsi. A fine funzione si portava a casa detto tizzone spento e lo si conservava gelosamente per scongiurare i temporali.

Ad Arvigo si gettava dalla finestra un pezzo di carbone benedetto e alla fine lo si raccoglieva e lo si bruciava. I ramoscelli d’ulivo benedetti, posti uno sull’altro a forma di croce, si gettavano infuocati dalla finestra implorando ‘Santa Bàrbul e sant Simeón in cüraga da la saiétta e pö anch dal trón”. La domenica delle Palme si staccavano dai ramoscelli d’ulivo tante foglioline quanti erano i membri della famiglia e ad una ad una si buttavano poi nel fuoco sulla brace ardente. Se la fogliolina sussultava, la rispettiva persona sarebbe campata; se restava immobile, sarebbe morta durante l’anno.

A Braggio, con la stessa cerimonia delle foglioline d’ulivo gettate nel fuoco, si traeva il pronostico per la salvezza dell’anima.

Quasi ovunque in Calanca, il sabato santo, ci si lavava il viso e si bagnavano ripetutamente gli occhi con l’acqua benedetta, per non vedere bisce durante tutto l’anno. A Rossa e ad Augio si beveva, nello stesso giorno, un sorso d’acqua benedetta, tra l’elevazione dell’Ostia e quella del Calice. Il giovedì santo si benedicevano il pane e il vino e il sagrestano scendeva col cesto nel viale e dava a ciascuno mezza riga di pane benedetto e poi tutti andavano alla balaustra a bere un sorso di vino dal bicchiere che il sacerdote porgeva.

A Rossa la sera del giovedì e venerdì santo la gente vegliava in chiesa fino alla mezzanotte, cantando orazioni al Signore morto e il venerdì, prima di rientrare, gli uomini, a piedi nudi, facevano una piccola processione intorno al Crocifisso posato nel viale, recitando un Pater ad ogni passo.
Per la benedizione delle case durante la settimana santa, al sacerdote venivano dati in dono burro, formaggelle, uova, denaro e ad Arvigo anche riso, pasta e bottiglie di liquore.

Ogni nostro villaggio aveva le sue particolari usanze durante la settimana santa e a Pasqua e le processioni del giovedì e venerdì santo si svolgevano ovunque e pure anche la rappresentazione della Passione di N.S. Gesù Cristo si svolgeva in alcune delle nostre chiese.
Parte preponderante nelle funzioni della settimana santa l’avevano le Confraternite (che di solito erano due per ogni villaggio) e venivano esposti degli addobbi sacri speciali come la grande tela settecentesca dipinta, fatta recentemente restaurare a Roveredo, con scene della Passione. E il fracasso fatto quando le campane non si potevano suonare con gli strumenti lignei detti verdàchen (raganelle) era una consuetudine fatta da tutti i nostri ragazzi. E con la Pasqua finivano anche i quaranta giorni quaresimali con il magro e digiuno e molti capretti e agnelli finivano nelle padelle. Generalmente nel Moesano le case, opportunamente pulite dagli inquilini, venivano visitate dal parroco per la benedizione nella settimana santa (in taluni casi anche nel periodo natalizio) e per il curato, e gli accompagnatori sacrista e chierichetti era un’ottima occasione per ricevere molti alimentari (burro, formaggio, uova, salumi, vino, ecc.) in dono.

Descrivere ogni singola usanza pasquale dei nostri villaggi comporterebbe molto spazio, per cui penso che questi brevi accenni possano servire a dare almeno un’idea di come fossero le cose un tempo. A me non resta che augurare una Buona Pasqua a tutti i lettori !

Cesare Santi

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“I bambini oggi sono dei tiranni. Contraddicono i genitori, ingoiano il loro cibo e tiranneggiano i loro insegnanti.”

Socrate

 
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