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Storie e leggende
mercoledì 7 gennaio 2015.
Che tempo faceva
di Giorgio Tognola

“Non è più il tempo di una volta!”
Una frase che spesso ricorre sulla bocca di chi s’incontra; spesso riferimenti alle condizioni climatiche del momento sono usati quasi come convenevoli, tanto per attaccare discorso con qualcheduno.
La meteorologia, e non poteva essere altrimenti, è sempre stata tema dominante di conversazione tra la gente comune.
Cesare Santi nel suo bel libro “I proverbi dialettali moesani dei mesi e della meteorologia” [Poschiavo, 2008] nella premessa ce lo ricorda: “Quando ancora non c’era l’Osservatorio meteorologico di Locarno Monti … i nostri antenati per prevedere il tempo si basavano essenzialmente su quanto la cultura aveva condensato nei proverbi.”, ecco che allora a Roveredo per un mese di gennaio con troppo sole si diceva “So de genée, el porta al cadriolé” [il cadriolé era la cassa di legno con cui, fino a circa il 1830, si trasportavano i morti che poi si calavano avvolti in un drappo nella tomba].
Anche nelle università, a partire dal secolo scorso, si è iniziato a parlare di climatologia, a ricercare e a pubblicare studi sul clima. Sul nostro territorio nel 1973 Marco Pellegrini pubblicava la sua ricerca “Materiali per una storia del clima nelle Alpi Lombarde durante gli ultimi cinque secoli” [Archivio Storico Ticinese, 55-56]. Da allora altri studiosi si sono chinati sulla storia del clima delle nostre terre; nell’ultimo numero di Archivio Storico Ticinese [155, maggio 2014] si trova lo studio di Cristian Scapozza “Appunti climatici e glaciologici sulle descrizioni della Valle di Blenio tra Settecento e Ottocento”. Grazie alla dendrocronologia [studio degli andamenti climatici stagionali in base allo spessore degli anelli di accrescimento di alberi] affiancata alle fonti letterarie e iconografiche è stato possibile studiare il clima che ha caratterizzato la nostra storia nei secoli passati.
Anche un semplice quadernetto in cui un contadino annotava anno per anno il prodotto dei campi, delle vigne, i prodotti che scendevano dall’alpe può servire alla ricostruzione della meteorologia del passato. È il caso del “Memoriale Di me Gio. Pietro Togno di Santo Vittore cominciato adì 10 8bre 1748 nominato il memoriale n.o 4”.
In questo documento, da poco entrato nell’Archivio della Fondazione a Marca, troviamo dati riguardanti la produzione di segale, di grano saraceno e di uva durante sette anni, dal 1748 al 1754.
Per il 1748 Giovanni Pietro Togni scrive: “Mem.a come in ql’anno 1748 hauemo fatto stara n.o 31 di segela, in d.o anno auemo fatto brente [una brenta equivaleva a ca. 90 litri] n.o 14 duva in tutte le nos.e poche vigne et horti, adì 14 8bre auemo determinato di batter la nos.a faina et colla gratia di Dio nauemo fatto così verda in tutto st. n.o 75” [lo staio corrispondeva a ca. 18 litri].
Per l’anno seguente ecco che le annotazioni si fanno più precise:
“1749 adì 9 agosto auemo battuto da n.ra segela et nauemo merce a Dio bened.to fatto staia n.o 36, formento st. 4, ordi [orzo] st. 8 1749 adì 14 8bre auemo terminato di batter la nos.ra faina et nauemo fatto de pertiche [una pertica equivaleva a 675 metri quadrati] n.r 8 ½ in tutto stara n.o 54” e per l’uva diventa ancora più preciso:
“2 (?) 7bre auemo determinato di far la nos.a vendembia et merce a Dio bened.to nauemo fatto come segue
dell’orto al riale brente n.o 3
del orto vero mat.a a casa olim de menone brente n.o 2
del vignolo verso cadrobbio brente n.o 6
della vig.a dalli techi brente n.o 13
della vig.a da nisol brente n.o 8
della vig.a al zerbo brente n.o 14
brente n.o 46”.
Vi risparmio gli altri anni che però riassumo:
1750: segale staia 28, orzo staia 3 ½ , frumento staia 1 ½ , uva brente 18. 1751: segale staia 18 da 10 pertiche, uva brente 28, al Zerbo, ad esempio, 7 brente.
1752: segale staia 51, grano saraceno staia 110 da circa 13 pertiche, uva brente 51, al Zerbo brente 11.
1753: grano saraceno staia 106, uva brente 48, al Zerbo brente 11.
1754: segale staia 37, uva brente 67, al Zerbo brente 14.
Sei anni di raccolti nei campi e nelle vigne di San Vittore non ci permettono di ricostruire grandi cose a proposito della storia del clima, rappresentano però una tessera del mosaico storico non indifferente.
C’è qualche studente pronto ad incuriosirsi e a farsi affascinare da documenti del genere?

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Non è possibile o non è facile mutare col ragionamento ciò che da molto tempo si è impresso nel carattere.

Aristotele

 
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