• 10976 La Bregaglia a geografia variabile
  • 10954 SCOUT DEL MOESANO - Si ricomincia ...
Cultura
domenica 20 marzo 2016.
Le Campane
di Teresio Bianchessi
LE CAMPANE
di
Teresio Bianchessi
www.teresiobianchessi.it
blog: teresiobianchessi.wordpress.com

Mi hanno sempre innervosito anelli, orologi, braccialetti, collane; tutti mi provocano noia, fastidio e, nei periodi in cui li ho indossati, è stato un continuo metti e togli; esercizio questo, o tic, che portava spesso alla perdita dell’ oggetto.
Anche con la fede nuziale non è stato semplice, l’ho portata i primi anni poi l’ho riposta in un cassetto e solo alla celebrazione religiosa del venticinquesimo anniversario di matrimonio il Sacerdote me l’ha rimessa al dito benedicendola e, da quella domenica, non l’ho più levata e di anni ora ne sono passati altrettanti.
Lei sola è rimasta ornamento fisso all’anulare sinistro.
Vera avversione ho però sempre provato per gli orologi che, regalati, portavo per gratitudine, ma che finivano presto accantonati in un cassetto. In questo caso, oltre al fastidio che avvertivo al polso, m’innervosiva la loro funzione di asettici indicatori del tempo che scorre e fugge.
Questo mio rifiuto non è però bastato ad allontanare l’assillo, anzi, in questa epoca di frenesia globale, soprattutto nelle città, date, ore, minuti, secondi mi, e ci assediano, come insetti noiosi.
Esci per strada e l’ora, spesso errata, è segnalata dal totem comunale; prendi la metro e ti tormentano i minuti d’attesa, idem alla fermata degli autobus; cerchi la farmacia e il verde segnale luminoso ti propina ora, giorno e temperatura; sali in macchina e la vedi sul cruscotto e istintivamente la verifichi col segnale orario che arriva proprio in quel momento… ahi indietro un minuto, menu…ora…minuti… ok allineati, accendi il PC eccola, vai al supermercato è lì rossa, lampeggiante, poi nelle stazioni, aeroporti, navi, uffici pubblici e come non bastasse, di notte una radio sveglia te la proietta addirittura sul soffitto.
Che stress le ore addosso, ventiquattro ore su ventiquattro!
Non era così quando ero bambino; solo i ricchi possedevano un orologio e si dovevano ricordare, ogni mattina, di caricarlo a molla, e nemmeno in tutte le case c’era una sveglia; per tutti il segnale orario arrivava dal suono delle campane che pragmaticamente e sobriamente annunciavano: mattino, pomeriggio e sera.

Quieta e santa suddivisione della giornata!
Il mattino i rintocchi svegliavano il borgo e suggerivano che bisognava iniziare una nuova faticosa giornata, non prima però di aver recitato l’Angelus Domini.
Scodella di latte e, una volta munto e rassettata la stalla, ci si avviava nei campi, vuoi a falciare il maggengo, vuoi a zappare il granoturco, con l’orecchio teso ai rintocchi del mezzogiorno; quella era la sirena che interrompeva il lavoro e a quel suono c’era chi rientrava per il pranzo, altri, se il campo era lontano dal paese, si mettevano sotto l’ombra del gelso e riprendevano forza con pane, salame, e un sorso di vino.
Le campane avevano anche una funzione meteorologica e il campanone, con un botto, assicurava che il cielo era sereno, con due nuvole in arrivo, tre la pioggia; si cercava di allontanare con rintocchi della campana anche la grandine, temutissima dai contadini, e i colpi rimbombavano come deflagri di bombe.
L’Ave Maria serale; i suoi rintocchi ricordavano che la giornata finiva, era l’ora della cena e del meritato riposo.
Nei campi ci si raccoglieva in preghiera per ringraziare il Signore dei doni ricevuti e questo pensiero porta a ricordare un quadro di Francois Millet: “L’angelus” che ritrae marito e moglie, alla fine di una faticosa giornata, assorti in un’atmosfera di divina provvidenza.
La riproduzione del quadro era appesa in tantissime case contadine.

Anche Pascoli è affascinato dai rintocchi serali delle campane e, nella poesia “La mia sera”, raccolta nei Canti di Castelvecchio, si addormenta al loro suono:
“…Don ... Don ... E mi dicono, Dormi! / mi cantano, Dormi! sussurrano, / Dormi! bisbigliano, Dormi! / là, voci di tenebra azzurra ... / Mi sembrano canti di culla, / che fanno ch’io torni com’era ... / sentivo mia madre ... poi nulla ... / sul far della sera”.
Ma le campane non fungevano solo da orologio e poiché ai tempi non c’era la tv, erano loro a dare notizia degli eventi cruciali della vita; erano il bollettino, la radio locale.
A “distesa” o a “martello” la loro voce annuncia le sante messe, i battesimi, i matrimoni, i vespri, i funerali, le agonie.
Mi ricordo quando Battista, il sacrestano, suonò un’agonia durante la funzione pomeridiana dei vespri; l’assemblea si staccò dal sermone del Parroco e tutti s’interrogavano su chi potesse essere in punto di morte e ascoltavano attenti i rintocchi: tre per l’uomo, due per la donna. Potremmo dire con linguaggio moderno che ogni campana aveva la sua specializzazione, il suo ruolo, che spesso era inciso proprio al loro interno: “Festam Decoro”, “Plebem voco”, “Defunctos Ploro”, “Pestem fugo”.
Diventano così segnale, voce, sia religiosa sia civile e mezzo ordinario e straordinario per comunicare con la collettività annunciando anche incendi, catastrofi, guerra e pace.
Suonano ancora nei paesi ogni venerdì, alle 15 per ricordare la morte di Cristo.
Taceranno il giovedì santo, da bambino ne sentivo la mancanza, ma ritorneranno festose di lì a poco.
Possibile che oggi diano fastidio?

top

Non è possibile o non è facile mutare col ragionamento ciò che da molto tempo si è impresso nel carattere.

Aristotele

 
Sponsors