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Lettere dei lettori
mercoledì 23 marzo 2016.
La vita è bella! Per tutti?
di Nicoletta Noi Togni

Nella discussione sulla maternità surrogata o utero in affitto (entrambi termini decisamente brutti) si parla poco proprio di colei senza la quale la discussione non potrebbe aver luogo e cioè della donna che non solo ospita ma anche partorisce il bambino o i bambini. Meglio detto se ne parla ma lo sforzo di idealizzazione del tutto, che è ben percettibile, fa dire ai diretti interessati che la gravidanza è andata bene “se si eccettua un grumo di sangue il primo mese e qualche nausea”. Non ci si rende probabilmente conto che il grumo di sangue può essere letale, come non ci si rende conto che gravidanza e parto significano per l’organismo un enorme sforzo, un cammino nel quale il rischio è presente, anche quello di morire. Sappiamo che gravidanza e parto significano dare molto di se stesse, un dare molto che in termini fisici possiamo quantificare. La massa sanguigna in circolazione per esempio aumenta di un litro segnando per conseguenza modifiche dei vasi sanguigni e dei contenuti del sangue, l’utero da 40 grammi raggiugerà a fine gravidanza il chilogrammo, praticamente tutti gli organi del corpo subiscono un adattamento in gravidanza mentre il parto veniva paragonato - in termini di sforzo - dal mio professore di ostetricia, alla scalata di una vetta di 2000 metri. Certo tutto fattibile, che nella grande maggioranza dei casi si risolve senza grossi problemi e con la nascita di un piccolo essere umano che, quando ti viene messo tra le braccia, sa farti dimenticare lo sforzo, il dolore fisico, il rischio. Che c’è stato per la madre californiana, moglie di un marinaio, che – oltre il grumo di sangue – ha avuto un parto podalico (i bimbi erano due, circostanza voluta anche questa immagino) e trasversale. Situazione di nascita che dal profilo ostetrico non sembra delle più semplici. Se la donna in questione ha fatto questo sacrificio, ospitando in se stessa oltretutto uno zigote (cellula uovo fecondata) completamente estraneo, per altruismo, forse si guadagna il predicato di “grande donna”. Ma se ha corso questo rischio – con tutto rispetto per il libero arbitrio – per se stessa e per la sua famiglia (ha una figlia) per soldi, allora il dilemma etico (in ogni caso presente) si accentua. In contrario, i genitori gay non sembrano aver corso nessun rischio, dato che - l’hanno detto loro - hanno scelto la moglie di un marinaio “perché era coperta dall’assicurazione qualsiasi cosa fosse successa” (vedi articolo CdT dello scorso 11 marzo). Quindi consapevoli che “qualcosa” avrebbe potuto succedere. Ma tanto, si trattava solo di una “mamma pancia” come dicono i “loro” bambini.
E allora, cosa dobbiamo aspettarci? Dopo anni di lotte contro la mercificazione del corpo della donna e di pari dignità di trattamento della stessa nel lavoro, nella società, nella politica andiamo oggi incontro – con l’aiuto della scienza – ad una mistificazione del suo stesso essere di donna. Perché lo scindiamo questo essere, da un lato il corpo-oggetto, dall’altro la psiche con tutte le sue implicazioni. E perché questa scissione si opera sull’atto stesso del dare la vita, simbolicamente il più alto atto umano, e questo può significare che stiamo erodendo qualcosa alla sorgente stessa della vita. Come si è giunti a questo? Per necessità o per una sfida di esseri umani intelligenti contro l’ordinamento naturale, contro il mistero stesso? Opto per la seconda versione e non devo interpellare nessuna commissione etica per sapere che non è giusta.

Nicoletta Noi-Togni

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Pensa sempre a quanto è lungo l’inverno.

Marco Porcio Catone (il Censore)

 
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