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Cultura
mercoledì 6 aprile 2016.
ROOM, L’UNIVERSO IN UNA STANZA
di Teresio Bianchessi
ROOM, L’UNIVERSO IN UNA STANZA
di
Teresio Bianchessi
www.teresiobianchessi.it
blog: teresiobianchessi.wordpress.com

Jack vive in una stanza, no, nasce e vive ininterrottamente i suoi primi cinque anni rinchiuso in un container insonorizzato, nascosto, anonimo, confondibile con un qualsiasi capanno; la luce entra da un piccolo lucernaio e per accedervi bisogna conoscere il codice segreto di una massiccia porta blindata. E’ un drammatico openspace di 10 metri quadri che contiene tutto l’indispensabile: un fornello da cucina, un tavolo, due seggiole, un letto, un piccolo televisore, un water, una vasca da bagno e un armadio dentro il quale Jack si rifugia tutte le volte che Old Nick viene a trovare Ma, mamma Joy. Old Nick ha sequestrato Joy quando aveva diciassette anni e la tiene segregata lì.
Solo lui conosce la combinazione, solo lui entra ed esce.
Abusa di lei e il piccolo è il frutto di questo insano e folle rapporto; in una prima stesura mi era scappata la parola, pur preceduta da folle, “amore”, pensando allo straordinario rapporto tra Ma e il piccolo.
Da dietro le fessure dell’armadio, all’interno del quale è stata ricavata una sorta di cuccia, Jack osserva l’orco; questa soluzione l’ha fortemente voluta Joy che così nega sin da subito, allo stupratore, la vista del piccolo.
La sola idea che lo sguardo del mostro si posi sulla sua creatura la devasta, la fa impazzire.
“Room” è tutto ciò che il piccolo conosce e la madre, con tenacia, simula per lui una normale realtà famigliare perpetuando i riti quotidiani del lavarsi i denti, fare il bagnetto, praticare esercizi di ginnastica, cucinare, raccontare favole della buona notte, creare fantasiosi oggetti con i gusci delle uova, inventandosi l’inimmaginabile.
Gli fa credere che quello sia tutto il mondo; fuori dalla porta c’è un’entità misteriosa che di nome fa COSMO e quello che vede alla Tv non è reale, è un’immaginaria finzione.
Lo fa perché è consapevole della cruda, terrificante realtà che non ha sbocchi, lo tutela evitandogli sogni e voglie che sarebbero irrealizzabili.
Il mostro lo tiene tutto per sé.
Sorprendente come la forza misteriosa, sacrale della vita trova, anche nelle situazioni estreme, energie.
E’ l’incipit del film “Room”, nelle sale in questi giorni, diretto da Lenny Abrahamson che ha vinto il People’s Choice Award e che ha assegnato a Brie Larson, che interpreta “Ma Joy” l’oscar come migliore attrice protagonista.
Vado spesso al cinema, ma raramente capita di vedere una pellicola tanto inquietante, quanto intensa e che obbliga a profonde riflessioni.
La trama prende spunto dall’omonimo romanzo della scrittrice Emma Donoghue che a sua volta si è ispirata a un fatto vero.
La narrazione prosegue con Joy che, al limite estremo della sopportazione, escogita un piano di fuga (coinvolge pesantemente anche Jack) tanto drammatico quanto inverosimile e che, proprio in quanto tale, ha successo.
Marginale la figura dell’orco.
Povero bambino!
Partorito al mondo una seconda volta sgrana i suoi occhi abituati a vedere con costante continuità solo pochi oggetti particolari, tangibili che lui addirittura saluta tutte le mattine: “Buon giorno sedia uno, buon giorno sedia due, buon giorno tavolo, buon giorno fornello etc.”, a un “cosmo” che subito non può contenere.
Quel fuori non spaventa solo lui, travolge anche Ma Joy che pure sapeva della sua esistenza.
Paradossalmente la nuova realtà è feroce quanto quella che han lasciato, con i mass media assetati di notizia, indelicati, irrispettosi che riescono persino a creare sensi di colpa a Joy, purché sia scoop; familiari che capiscono, altri no, mediocrità, bassezze.
In quei 10 metri quadri c’era ordine, ogni oggetto era al suo posto da sempre e i ritmi della giornata erano scanditi con regolarità e soprattutto… e soprattutto Ma Joy era sempre lì, presente, disponibile.
Che cosa sta succedendo invece ora?
Riflette il piccolo e capisce: il cosmo che era di fuori è talmente vasto che Ma impiega molto più tempo a percorrere quelle distanze siderali, a far tutto; nella “room” le distanze erano minime, qui…, qui fuori quanta confusione, quanto tempo perso inutilmente!
Al piccolo Jack viene nostalgia della “stanza”.

Forse anche questi nostri tempi hanno bisogno di una piccola “room”.

Visione consigliata.

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Non è possibile o non è facile mutare col ragionamento ciò che da molto tempo si è impresso nel carattere.

Aristotele

 
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