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Lettere dei lettori
martedì 10 maggio 2016.
VICARIATO
di Paolo Annoni

Oggi non si vota più, anzi si è chiamati troppo alle urne per temi alle volte un po’ banali e ripetitivi, che da parte dei cittadini provocano disimpegno e assenteismo. A livello locale pure regna un marcato disinteresse e non si vota quasi più, i Municipi sono eletti in maggioranza tacitamente. Da queste elezioni monche scaturiscono i membri della Regione, ente che ha stravolto un po’ tutta la politica vallerana il popolo in sostanza ha poco da dire. Per il Gran Consiglio talvolta mancano o si fatica a trovare dei candidati. A livello nazionale, l’arena è sovrappopolata da lobbysti e poteri forti che la fanno da padroni e ne condizionano le decisioni. Qualche consigliere federale, poiché tutto il mondo è paese, si fa beccare con le dita nella marmellata. L’Unione Europea sta cadendo a pezzi come la torre di Babele e ognuno fa e pensa per se. Che sarebbe stata impresa ardua mettere assieme le centinaia di mentalità e d’incomunicabilità europee era chiaro sin dall’inizio, ora sappiamo che è impossibile.
I miei ricordi, forse un poco sbiaditi, vanno ai Vicariati di cinquanta e più anni fa, mi scuso se vi sono delle inesattezze e ogni riferimento a persone o a fatti è del tutto casuale.
L’elezione del Presidente di Circolo, dei giudici, del Giudice di Pace, dei rappresentanti in Gran Consiglio e dei loro supplenti era il Vicariato, madre di tutte le votazioni, cadeva ogni quattro anni in maggio. Il ghiaccio era rotto dapprima da una fazione o dall’altra con qualche stoccata sui due settimanali vallerani. Si passava, sempre per mezzo della stampa locale, a qualche affondo speziato e insaporito al quale ci pensavano i redattori delle due testate. Il tutto comunque nel quasi rispetto reciproco.
I partiti che si contrapponevano e si contendevano le poltrone erano sostanzialmente, il partito Progressista (UDC), i conservatori (PPD). I “laburisti” (PS), a San Vittore non avendo in loco un loro leader erano poco rappresentati. Di altre fazioni, dai miei ricordi, a quei tempi, non si parlava. Anzi nella parte alta del paese c’era un gruppuscolo d’irriducibili nostalgici della falce e martello, sedicenti anticlericali. Al vicariato si pendeva un po’ da una parte un po’ dall’altra. Talvolta svolazzavano liste dette di fronda, con candidati trasversali che tentavano di rompere le uova nel paniere alle fazioni “ufficiali”.
Votavano solo gli uomini che avevano compiuto vent’anni, le donne ne erano ancora escluse e non si parlava di quote rosa.
Prima delle votazioni erano distribuite a ogni votante, di casa in casa le carte di legittimazione che contenevano le schede. Queste buste gialle erano utilizzate più volte, anche per altre votazioni, non si gettava nulla e chi non andava alle urne, le doveva riconsegnare in cancelleria, pena una multa di fr. 2.—.
Si votava di sabato sera e domenica mattina in casa comunale e alla scuola di Monticello. Sul piazzale delle scuole giungevano gli elettori da ogni parte del paese, c’era chi votava secco e nemmeno a torturarli avrebbero cambiato idea, c’erano i volta marsina che non si sapeva da quale parte pendevano. Dai loro insediamenti di Setala, dei Sgraver e dalle pendici di Bassa giungevano i veri grigionesi, spinti da un forte sentimento civico. Malgrado che i loro capostipiti avessero frequentato poco le scuole e, i loro figli, miei coetanei, ancora di meno, le loro schede erano perfette, non rattavano un nome, erano scritte in bella grafia, sembrava quasi identica per tutti. Al Vicariato erano ben accolti e i giorni che lo precedevano guai a chiamarli schlifer o maschlosen, ma erano chiamati, sempre che fossero stati battezzati, benevolmente con il loro nome di battesimo. Era brava gente che conduceva una vita semplice, devoti alle loro tradizioni, usi e costumi tradizionali, e avendo un loro credo, erano perciò poco ligi alle regole degli altri.
A mezzodì chiudeva l’urna e avveniva il conteggio dei voti da parte degli scrutinatori. Un mio conoscente una volta ha avuto la possibilità di partecipare a uno strano scrutinio. Apparivano e scomparivano dai “marsinot” e riapparivano mazzi di schede, altro che il gioco delle tre carte!. Dalla sua ingenuità di ventenne ha capito poi perché gli altri, malgrado facesse caldo, vestivano con la giacca, mentre lui era solo in manica di camicia. I risultati erano poi portati a Roveredo e in pompa magna proclamati gli eletti. La notizia e i risultati complessivi erano poi portati in paese a conoscenza di tutti.
Dopo le elezioni si festeggiava, tra San Vittore e Monticello esistevano allora dodici ritrovi pubblici, quasi come le stazioni della via Crucis. Festeggiavano vinti e trombati, magari fino a tarda ora, non mancava qualche scaramuccia ma nulla di grave, gli eccessi erano sedati dagli osti stessi. Volavano anche parole forti che in seguito portavano a testare l’abilità di qualche giudice neo eletto costretto suo malgrado a sentenziare contro un suo paladino.
Passata la sfuriata, magari dopo un ballottaggio, il tutto tornava nella normalità e quotidianità, c’era il primo fieno da tagliare, la vigna e le altre attività quotidiane che portavano a spegnere ricordi, contrasti e delusioni di maggio.

Paolo Annoni

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