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Politica
giovedì 12 maggio 2016.
Paragoni sbagliati e atteggiamenti dannosi
di Nicoletta Noi Togni

La questione dei due ragazzi musulmani che si sono rifiutati di dar la mano alla loro insegnante donna, ha scatenato molte discussioni ed ha fatto tracciare paragoni che i filosofi greci non esiterebbero, suppongo, a collocare nell’ambito del paralogismo (ragionamento non valido, con apparenza di validità) o addirittura del sofisma (ragionamento capzioso, artificio, in Platone “pseudo-argomento filosofico”). Molto più semplicemente, chi ha esercitato l’arte del paragone nel suddetto caso, l’ha fatto senza tener conto del monito popolare “non si possono paragonare mele con pere”. Anche il paragone sottostà ad una metodologia e la premessa di validità dello stesso è legata alla correttezza dell’analogia invocata. Non rintracciabile quest’ultima negli esempi del sociologo Matteo Gianni (alle nostre latitudini) e di altri personaggi che si sono espressi in Svizzera. Volendo evitare, queste persone, l’aspetto centrale di questa questione (che è lineare tra l’altro) o peggio ancora, volendolo relativizzare, si sono appoggiati ad una serie di comparazioni, sulla base di esempi del tutto diversi per natura e contesto. Il professore sociologo ha – per esempio – parlato di un collega dell’università di Ginevra, che non dà la mano perché ha paura dei virus e tutti si adeguano non dandogli la mano. Ha anche paragonato – in una trasmissione radiofonica - il grado di integrazione di chi è (o è stato) straniero nel paese che lo ospita a chi ordina il pranzo in un ristorante e ne contesta la qualità in quanto per questo pranzo ha pagato. La critica al paese ospitante sarebbe quindi sinonimo di integrazione riuscita. Ma l’esempio-argomento principe del professore è quello che riguarda direttamente la parità donna-uomo nel nostro Paese; argomento che si sintetizza più o meno così. Cosa vuol mai dire la Svizzera se due ragazzi musulmani non danno la mano ad un’insegnante donna se lei stessa – la Svizzera – ha concesso solo nel 1971 il diritto di voto alle donne ed ancora oggi quest’ultime vengono retribuite sul lavoro molto meno che i loro colleghi maschi. Nell’ambito della trasmissione “60 minuti” , il professore ha anche aggiunto di non assistere a movimenti di piazza per questo fatto di disparità salariale, paragonandolo a quanto invece si stia discutendo sul fatto dei ragazzi musulmani. A parte il fatto che non so su quale pianeta abbia vissuto il professore perché per la parità donna-uomo stiamo “andando in piazza”, in Svizzera, perlomeno dal 1968 (senza parlare di quanto abbiano lottato, senza andare proprio in piazza, le donne anche prima del 1968!), voler negare, coscientemente o meno, la centralità del discorso sviluppatosi attorno all’accadimento di Basilea, significa voler ottenebrare o ignorare un certo qual tipo di verità. La parità donna-uomo ha infatti a che fare con il non dar la mano, ad una donna, dei due ragazzi. Ha a che fare – non già nel senso espresso dal professore – ma proprio perché è in massiccia controtendenza (foss’anche solo nella sua valenza simbolica, da tuttavia non sottovalutare) con quanto raggiunto finora faticosamente dalle donne nel nostro Paese. Una controtendenza che può portare a qualcosa di molto peggio. Non voglio dilungarmi su fatti già accaduti ma accenno solo al fatto dell’istituzione scolastica della Svizzera francese nella quale le ragazze non accedono più, a differenza dei loro colleghi maschi, alla palestra di ginnastica dal 2009. Perché questo? Perché dalla moschea situata nelle vicinanze alle ragazze vengono lanciati sassi a causa del loro abbigliamento ginnico. A quanto pare le ragazze si sono rassegnate e non fanno più questo tragitto. Ci sarebbe un discorso da fare sia sulla tolleranza (non dimentichiamo che la tolleranza illimitata distrugge la tolleranza), sia sui famosi “paletti”. Che devono esserci sia nella società, sia nella scuola (per tutti, senza eccezione alcuna). Una componente importante a parte quella sulla parità nell’evento di Basilea è quella del sottoporsi, senza se e ma, ad un ordinamento scolastico, ad un comportamento formale collettivo che nessuna religione, teoria o filosofia deve contrastare. La discussione è una buona cosa ma come la tolleranza ha dei limiti ben precisi. Chi relativizza e banalizza fatti come quelli di Basilea, fa un danno, non solo alla parità ed all’ordine scolastico ma – è questo è forse anche peggio – alla solidarietà stessa, a quei bambini e famiglie soprattutto che dovrebbero veramente trovare riparo dalla guerra nel nostro Paese. Perché misconoscendo la realtà, si stimola il razzismo. E che lo facciano proprio i diretti interessati o coloro che sono preposti all’integrazione, è anche più incomprensibile e disdicevole.
Nicoletta Noi-Togni

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Pensa sempre a quanto è lungo l’inverno.

Marco Porcio Catone (il Censore)

 
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