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Cultura
venerdì 1 luglio 2016.
Ikebana - La via dei fiori
di Teresio Bianchessi
IKEBANA – LA VIA DEI FIORI

“O fiore, / per chi fiorisci...?”.
Matsubara Taidò
(monaco zen)


Da tempo memorabile sui miei terrazzi cittadini insieme a gerani, oleandri, ortensie, viole, piante grasse, glicine, petunie etc. han sempre trovato posto vasi di foglie robuste, sempre verdi, scure, che sopravvivono alla sete, al buio, al vento, al caldo, al gelo; erano quelle che nella mia infanzia vedevo sotto i porticati più bui delle cascine, sulle scalinate interne dei palazzi, ad ornare cerimonie liete e meno, anche nelle cappelle più in ombra delle chiese.
Nei traslochi che si sono susseguiti, erano i vasi designati all’abbandono, ma la mia cocciutaggine li ha sempre salvati.
Figuratevi la mia soddisfazione quando, seguendo un corso di Ikebana che mi ha fatto ricordare il loro nome scientifico: Aspidistra, ho visto quelle modeste, taciturne foglie, utilizzate per fare sorprendenti composizioni.
Una vera gratificazione, e un colpo di fulmine per questa nobile e antica arte orientale di disporre i fiori, che mi hanno spinto, a lezione terminata, ad acquistare l’intrigantissimo libro del Maestro Keiko Ando Mei – Ikebana – Arte zen – edito dal Centro di cultura Giapponese di Milano.
Testo che, di là dal fascino immediato trasmesso dalle allieve che hanno realizzato composizioni d’incanto, infilzando nel “Kenzan” (Montagna di spade), semplici rametti di fiori colti nei vialetti, mi ha fatto intuire la complessità della “Via dei fiori”, esercizio che non si limita a deporre fiori nel vaso, bensì a trovare, attraverso la pratica dell’Ikebana, la via interiore.

E’ un percorso che ha bisogno di concetti semplici ma profondi e quello che più mi ha colpito è che l’arte dell’Ikebana, non durerà nel tempo come un quadro o una scultura, perché nulla permane immutabile e “l’impermanenza” è caratteristica propria dei fiori che riflettono il corso della vita.
Ne consegue che: “… il fiore nasce con fatica dalla terra, cresce sino al punto di massima fioritura, poi appassisce e muore. Lo stesso avviene per l’esistenza umana... ”.
Concetto ribadito anche dal cristianesimo nel Salmo 102 (8-19): “… Come l’erba sono i giorni dell’uomo; come il fiore del campo, così egli fiorisce. Lo investe il vento e più non esiste, e il suo posto non lo riconosce …”.
Perché affannarsi allora?
Modestia, nobiltà di sentimenti, purezza d’animo, sono tre virtù che per i giapponesi conferiscono bellezza all’essere umano, splendore che si può raggiungere proprio come si fa con la composizione dei fiori, rispettando regole precise, eliminando i rami sovrabbondanti, che metaforicamente, nella nostra vita, s’identificano nei bisogni superflui, nelle brame gratuite o viziose, negli eccessi, che ci allontanano dal nostro vero essere.
Anche i samurai, a riprova di quanto la “via dei fiori” sia irta, si cimentavano con l’arte dell’ikebana, trovando nella natura circostante profonda armonia.
Ogni composizione floreale rappresenta cielo, uomo, terra, ma anche vento, acqua, per testimoniare un’attenzione sacra verso la madre terra che non è, per la cultura orientale, realtà distinta dall’uomo.
Ho memoria, dentro di me, di questo tutt’uno; succedeva quando da bambino, nei tramonti infuocati, mi perdevo nei campi e, il fruscio del vento, l’agitare delle fronde, il gorgoglio delle fonti, il tubare di colombe, mi portavano il benevolo alito divino che percepivo quasi rapito, in estasi.
Nel frastuono della città ora si fatica, ma forse uno stelo, un fiore, una foglia adagiata delicatamente in una ciotola potrà ridarci semplicità e purezza infantile, per cogliere appieno il suggerimento del monaco zen:
“Il tuo essere nella vita quotidiana, quella è la Via”.
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