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Cultura
venerdì 9 settembre 2016.
Morte e applausi
di Teresio Bianchessi
MORTE E APPLAUSI
di

Teresio Bianchessi
www.teresiobianchessi.it
blog: teresiobianchessi.wordpress.com

Sto ultimando la biografia di un amico, ora novantenne, che ha avuto una vita particolarmente avventurosa passata tra stenti infantili, genitori dubbi, guerre, bombardamenti, amori, lutti, ma anche successi.
L’ultima intrigante fase del lavoro è stata quella di scovare, nelle classiche scatole di scarpe, foto capaci di documentare e arricchire visivamente il racconto.
Una fotografia, ancor di più se in bianco e nero, racconta gli eventi con un linguaggio diretto, immediato e l’istantanea della “Balilla tre marce”, della “Fiat 1100”, piuttosto che la “Vespa 125”, o quella di parenti e sposi degli anni ’30, ti proiettano, senza bisogno di imbeccate, nell’atmosfera del periodo.


Scartabellando le foto dei successi lavorativi dell’amico, una mi ha particolarmente colpito: scattata nel 1959 documenta una riunione di agenti della Lever Gibbs, la multinazionale americana che in quegli anni portò in Italia i primi detersivi: Omo, e Vim su tutti, ma anche i primi dentifrici e le profumatissime saponette Lux.
I partecipanti, rigorosamente in giacca e cravatta, attenti, disciplinati, trasmettono una, forse perduta, dignità del lavoro, là dove i ruoli erano precisi, il capo era il capo e serietà e impegno garantivano i risultati.
Osservando quella squadra mi sono soffermato su uno dei partecipanti che, elegante come tutti, aveva però una sottile striscia nera sulla giacca.
Era listato perché di sicuro, proprio in occasione di quella riunione, ha avuto un lutto in famiglia.
La mia mente è andata subito a ritroso e mi ha ricordato che, quando nel 1963 morì improvvisamente mio padre, Rosa, la sorella maggiore, si precipitò da Matilde, la merciaia del paese, per acquistare bottoncini neri da infilzare nel bavero della giacca e, poiché era inverno, anche fazzoletti con il bordino nero. Erano segni che avevano il compito di portare a conoscenza della comunità il dolore della morte e suggerivano rispetto, discrezione, e vicinanza per chi li indossava.
Per un periodo che durava credo non meno di sei mesi, il bottoncino nero ricordava sacralità e suggeriva rispetto quanto la tonaca del prete.
La morte, allora, esigeva poi i suoi tempi e, in campagna soprattutto, la veglia, fino a tarda sera, era garantita da tutte le famiglie del paese che si alternavano nella recita del rosario; la notte toccava ai parenti stretti che non avrebbero chiuso occhio per giorni.
Oggi anche la morte va di fretta: spira in ospedale, si traferisce rapidamente alle camere mortuarie affinché il letto sia libero subito, le visite sbrigative seguono orari d’ufficio e il defunto, verso la prima sera, è lasciato solo nel suo fatale cammino.
Anche il funerale deve andare di corsa perché c’è da conciliare l’orario delle messe con quello rigido del camposanto e, nei cimiteri delle grandi città, è una ruspa che sotterra in una lunga fila, gli ospiti della giornata; la paziente e dolorosa vanga di un congiunto che, cristianamente rassegnato, faceva cadere con delicatezza le zolle sulla sepoltura è ricordo lontano.
A sorpresa, forse negli anni ’80, ad accompagnare la mesta cerimonia, sono arrivati anche gli applausi.
Applausi?
Non più silenzio, commozione, raccoglimento, partecipazione, preghiera?
Gli applausi sono spesso ostentati, fanno cornice, spettacolo e si è visto anche recentemente, soprattutto durante funerali di stato o di celebrità.
Si esorcizza così la morte o, diversamente, si manifesta, esasperata, la nostra solitudine, la nostra paura?
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