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Lettere dei lettori
mercoledì 21 settembre 2016.
C’è bisogno di più AVS
di Marco Tognola

I miti si creano e si distruggono. Se sopravvivono, sovente cambiano pelle e si ridimensionano. Non fanno eccezione i miti elvetici, senza andar a scomodare quelli storici. C’erano le PTT e le FFS autentico servizio pubblico nel loro modo di proporsi e di operare, c’era la Swissair considerata un autentico gioiello di famiglia da esibire con orgoglio, c’era l’esercito che favoriva la coesione nazionale molto più della retorica di circostanza. Ed ora? Il servizio pubblico postale e ferroviario è sempre più condizionato dalle logiche e dalle regole del mercato, la compagnia aerea è precipitata in un fallimento vergognoso e finita in una Swiss in mani tedesche, il grigioverde è una tonalità di colori che non va più tanto di moda.
Rimane, solido e ancorato, il mito dell’AVS. La ragion d’essere del primo pilastro del nostro sistema pensionistico è fuori discussione. Con la decisione di introdurre un’assicurazione vecchiaia e superstiti – entrata in vigore nel 1948 dopo aver dovuto affrontare un percorso accidentato prima di superare (e non la prima volta) lo scoglio del voto popolare – la Svizzera compì un atto “rivoluzionario” che gettò le basi per l’edificazione di uno Stato sociale degno di tale nome. Prima dell’AVS c’era praticamente il nulla, ben che andava il poco rappresentato dall’assistenza erogata dai Comuni, alla quale però molti rinunciavano anche per non dover subire l’onta d’essere additati come approfittatori. Ciò accadeva soprattutto nelle realtà come la nostra, ovvero nelle valli di montagna dove vivevano persone povere di mezzi ma ricche di dignità e di orgoglio, espressione di quella civiltà contadina che doveva guadagnarsi tutto, a costo di duri sacrifici come quello di dover emigrare, e non dava niente per scontato. L’AVS non ha eliminato la povertà ma ha sconfitto la miseria. E quei soldi, pochi di numero, che mandavano “quelli di Berna” e che ogni mese il postino portava nelle case, per i beneficiari avevano un valore immenso.
Nel corso degli anni l’AVS è stata sottoposta a tante revisioni al fine di renderla più consona ai tempi. E continua ad essere il pilastro portante dei tre che sorreggono l’edificio del nostro sistema previdenziale. Primo pilastro di nome e di fatto, non fosse altro perché è di gran lunga il più sociale – anzi, l’unico dei tre – perché si fonda su una forma contributiva in funzione del reddito reale di chi versa e fissa delle rendite massime uguali per tutti i beneficiari.
Ora, è bastato che venisse reso pubblico il risultato di ripartizione negativo di 576 milioni dei conti AVS nel 2015 (-320 milioni nel 2014, +14 milioni nel 2013) per scatenare l’assalto alla diligenza da parte di chi – ed è la maggioranza di centrodestra che regge le sorti del Paese grazie alla sua forza parlamentare, in particolare al Consiglio nazionale – non fa mistero di voler ridurre al lumicino, se non addirittura distruggere, lo Stato sociale come noi oggi lo concepiamo e come è stato costruito con dure lotte e grandi sacrifici da chi ci ha preceduto. Di questo Stato sociale l’AVS è la colonna portante e un suo indebolimento avrebbe conseguenze devastanti. Nel citare le cifre del 2015 i detrattori dell’AVS evitano ovviamente (e volutamente) di sottolineare che il risultato negativo riflette un fenomeno provvisorio e cioè l’entrata nell’età della pensione di un forte numero di persone, quelle della cosiddetta “generazione del baby boom”, e sottacciono anche che questo deficit può essere rapidamente cancellato, senza peraltro sollecitare troppo l’economia e la popolazione.
Per l’AVS il 2016 è un anno importante dato che il 25 settembre si voterà sull’iniziativa AVSplus che mira a rafforzare il primo e più importante pilastro previdenzale. È ormai del tutto evidente che le rendite del secondo pilastro (previdenza professionale) sono e saranno al ribasso, con diminuzioni fino al 20% da mettere in conto a seguito delle crisi dei mercati finanziari. Sì, perché spesso e volentieri la gestione dei tanti soldi delle casse pensioni si fonda su investimenti ad alto rischio, con tutto ciò che ne può conseguire per gli assicurati. Queste perdite dovranno pertanto essere compensate aumentando del 10% le rendite AVS, come appunto propone l’iniziativa, tanto più che da decenni le stesse non conoscono un significativo aumento e di conseguenza accusano sempre più ritardo sull’evoluzione dei salari. AVSplus è dunque la soluzione più vantaggiosa per la maggioranza della popolazione in quanto offre il rapporto migliore prestazioni-costi di tutto il sistema previdenziale. La domanda che come cittadini svizzeri dobbiamo porci per la votazione del 25 settembre è la seguente: pagare un po’ di più per una rendita AVS più elevata o pagare molto di più alla cassa pensione per ottenere la stessa cosa o addirittura meno di oggi? E facendo un paio di calcoli semplici, senza lasciarsi intimidire dalla campagna degli avversari dell’iniziativa che attizzano le paure, la risposta non può che essere un sì a AVSplus. Non fosse altro perché garantire alla popolazione delle rendite vecchiaia decenti è un preciso dettato costituzionale.
Il mito non si mette in discussione. L’AVS dev’essere rafforzata.

Marco Tognola

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