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Cultura
martedì 25 ottobre 2016.
Acqua Tinta di Giorgio Bongiovanni per le edizioni Marinotti
di Francesca Fugazzi

Quando si legge Acqua Tinta si ha la netta sensazione che mani curiose e pazienti abbiano scovato chissà dove un grande e vecchio tomo ingiallito, aggredito dalla muffa, e che lo abbiano sollevato e lasciato cadere su un tavolo. Tonfo. Polvere che si solleva in un cono di luce, polvere che a poco a poco si è stratificata in secoli di storia.
Così il lavoro artigianale, prima ancora che intellettuale, prende forma nel riportare in vita storie sepolte sotto mattoni di memoria intorpidita. Ogni granello di polvere diventa testimone di un personaggio, ogni spirale da esso disegnata nello spazio una storia, l’incontrarsi di questa e quella spirale l’intreccio di vite vissute per davvero che acquistano nuovamente vita nella Palermo del tardo Settecento. Una Sicilia dai colori forti e crudi che precorre a quella altrettanto maestosa ma forse più disillusa di Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo.
Storie del popolo minuto e della nobiltà locale che si animano e si avvinghiano reciprocamente in una trama più che avvincente grazie a quel desiderio di conseguimento della felicità che caratterizza tutti gli uomini e tutte le donne, disperati e disperate compresi. La fatica di chi ha recuperato, ordinato e ricomposto con sapienza narrativa e talento creativo questa matassa di avvenimenti e parole sbiadite andrebbe premiata con una riconoscente lettura.
In un paese di persone che spesso hanno la memoria corta e il termine “creatività” spesso non va oltre le labbra un simile esercizio di ricostruzione storica e di riscrittura romanzata è un atto coraggioso, dove “coraggioso” è etimologicamente legato alla parola “cuore”.
La mia più viva speranza è che un lungimirante regista supportato da un saggio mecenate, se ne esistono ancora, inviti l’autore di questa avvincente storia a scriverne una sceneggiatura.

Il teatro e il cinema chiedono storie di qualità. Eccovene una.

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Pensa sempre a quanto è lungo l’inverno.

Marco Porcio Catone (il Censore)

 
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