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Lettere dei lettori
venerdì 11 novembre 2016.
Il giusto sta nel mezzo
di Silvia Meazza

MI sembra si chiami lettera aperta questo genere di scrittura, con le cui frasi un cittadino qualsiasi esprime la sua opinione su di una questione qualsiasi. Sta poi alla testata giornalistica decidere cosa pubblicare e cosa no.
Mi appresto dunque a scrivere la mia, di lettera aperta che intitolerò “il giusto sta nel mezzo”.
Mi riferisco alla spinosa situazione del mercato del lavoro svizzero, in special modo quello ticinese, relativo ai frontalieri.
Non sono né un’economista né un esperta del settore e nemmeno una giornalista, cosa che si potrà facilmente evincere dalla mia prosa, sono solamente una donna che usa la logica e l’intelligenza media che è stata fornita a tutti noi dal Buon Dio.
Vorrei far riflettere in primis sul perché il problema risulti così sentito in Ticino e a quanto mi risulta, ma potrei sbagliare, meno in altri cantoni confinanti con nazioni straniere quali Francia, Germania, Austria e Liechtenstein. Tutti gli altri paesi hanno dei cittadini più tutelati di quelli italiani. Con uno stipendio medio si vive ancora dignitosamente malgrado la “crisi”. L’Italia invece è allo sbando.
Parliamo dunque di Italia Svizzera e non come nazionali di calcio ma come insieme di persone che devono lavorare per vivere.
Devo partire dal presupposto di prendere in considerazione lavoratori di entrambi i Paesi con la stessa serietà, correttezza, onestà che concorrono per la medesima occupazione, che abbiamo davvero voglia di lavorare e che posseggano quello che banalmente chiamerei buon senso abbinato a senso civico e rispetto verso il creato.
In Italia la situazione è veramente drammatica, pochi posti di lavoro e mi spiace dirlo spesso occupati da persone incompetenti, spreco nell’amministrazione dello stato, mancanza di ammortizzatori sociali, nessuna tutela del cittadino e non aggiungo altro altrimenti la mia lettera si tradurrebbe in quindici pagine di pecche del sistema italiano e ahimè anche di troppi italiani.
In Svizzera, In Ticino molte imprese si trovano sul piatto la deliziosa torta del poter pagare la metà dello stipendio che sarebbe dovuto ad un cittadino svizzero scegliendo un cittadino italiano che vive e naturalmente spende il suo stipendio in Italia dove si può permettere di acquistare più beni di consumo, visto che il suo stipendio svizzero è il doppio di quello che riceverebbe in Italia per il medesimo impiego. Inoltre, credetemi, vorrei sottolineare che pochi italiani sono contenti di lasciare l’Italia, sono semplicemente costretti a farlo, cosa che si guarderebbero bene dal fare se trovassero lavoro nel loro Paese.
Chi se la sente, però, di condannare una persona che si alza alle cinque di mattina per fare coda in dogana e ritornare a casa la sera alle sette dopo aver ripercorso la stessa coda con il solo scopo di far stare bene la sua famiglia?
D’altro canto perché un imprenditore svizzero dovrebbe dire di no a questa possibilità? Qualche solone risponderebbe “per senso civico! E’ giusto che lo stipendio di una persona sia speso nel paese dal quale lo riceve!”.
Verissimo, non ci vuole molto a capire che così la ruota economica del “se si guadagna si può spendere”, funzionerebbe alla grande. Se si spende aumenta la richiesta, aumentano le produzioni, aumenta il lavoro, aumentano gli stipendi, diminuiscono le tensioni sociali soprattutto se supportati, questo lo dico io, da uno stato serio e responsabile come la Svizzera.
Qui arriva la mia seconda considerazione che, se proprio dobbiamo puntare l’indice contro qualcuno, non sia sui singoli cittadini di entrambi i paesi perché non è mettendoli l’uno contro l’altro facendoli sentire concorrenti, alimentando odio e razzismo che si risolve il problema. Hanno tutti solo voglia di lavorare. Attacchiamo piuttosto gli imprenditori che scelgono la via più remunerativa per loro.
Eh no! Non sarebbe giustissimo nemmeno quello, ognuno di noi cerca la propria felicità una cui componente è sicuramente la tranquillità economica. Imprenditori e lavoratori entrambi vogliono le stesse cose, vi è solo una differenza di competenze e responsabilità ma senza gli uni non ci sarebbero gli altri e dunque a mio vedere esattamente ugualmente indispensabili e rispettabili.
Dita contro nessuno dunque!
Meglio una proposta ragionevole, un venirsi incontro fra Stato e cittadini, fra imprenditori e lavoratori, non conterei sulla partecipazione dell’Italia ad un eventuale tavolo di negoziati visto che il cittadino si trova all’ultimo posto sulla scala dell’importanza nel Bel Paese. Scusate il piccolo sfogo.
Eccoci alla soluzione teorica ma secondo me valida della questione “prima i nostri” ricordate, io sono solo la donna media del caso.
• Facciamo un’ ipotesi. Una legge impone che da domani non esista più la differenza salariale fra svizzeri ed italiani, oggi suppongo che non esista nessuna legge che imponga uno stipendio legale per tutti.
• L’imprenditore può ora scegliere se tenere il frontaliero, licenziarlo o assumere una nuova persona svizzera o italiana che a questo punto non è rilevante visto che sarebbe costretto a pagarli nella stessa misura.
• Fin qui nulla di nuovo ma ecco l’idea della donna comune. Una seconda nuova legge imporrebbe altresì l’obbligatorietà, a chi desiderasse lavorare in Svizzera, di trasferirsi lì, di qualunque nazionalità esso fosse.
• Magicamente sia che l’imprenditore scelga uno svizzero o un italiano in questo caso non sarebbe più discriminante, i soldi guadagnati verrebbero spesi in Svizzera, aumenterebbero le richieste e si creerebbero di conseguenza nuovi posti lavorativi. Tutti quelli che desiderassero lavorare in svizzera e risiedere in svizzera sarebbero i benvenuti visto che diventerebbero anche loro contribuenti del benessere della loro nuova nazione. Chi è già svizzero ed è disoccupato troverebbe lavoro visto che ci sarebbero più persone a spendere.
Questo, secondo me da intendersi, il libero scambio fra Paesi civili e questo è quello che credo di aver capito dalle lezioni di economia e dalla gestione di una famiglia.
Facile, no? Basterebbe venirsi incontro tutti, con onestà e umiltà consci che abbiamo tutti un unico desiderio che è quello di vivere senza angosce, di avere un lavoro, di avere una famiglia e di avere del tempo libero da dedicare a noi stessi e agli altri ma soprattutto desiderosi di risolvere davvero il problema e di non usarlo a scapito del guadagno di pochi.
Sono pazza?
Forse sì, ma finché c’è vita c’è speranza.

Silvia Meazza, cinquant’anni, Sesto Calende, Italiana, Laureata in scienze politiche, Mamma, Moglie, in cerca di un lavoro in Svizzera per potersi trasferire, per davvero!

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Pensa sempre a quanto è lungo l’inverno.

Marco Porcio Catone (il Censore)

 
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