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Storie e leggende
sabato 9 maggio 2009.
Caterina della Sale, strega di Roveredo

È noto che anche in Mesolcina dal 1583 fino al 1740 si svolsero centinaia e centinaia di processi di stregoneria e moltissime donne e uomini finirono i propri giorni bruciati vivi, oppure decapitati e poi arsi sopra una pira.
La cosa è ancora oggi documentata dai verbali di questi processi conservati nell’Archivio di Circolo di Roveredo, nell’Archivio a Marca di Mesocco e presso alcuni privati. Alcuni di questi processi li ho pubblicati negli anni passati, sia svoltisi a Mesocco, sia a Roveredo, le uniche due località del Moesano dove potevano svolgersi detti processi in base agli Statuti criminali di Valle. Oggi di questa realtà storica è rimasto solo un barlume e pure sono sconosciute le numerose leggende che nacquero da questi processi.
Recentemente si è rivolto a me per informazioni il Prof. Fons Grasveld, antropologo dell’Università di Utrecht in Olanda, che sta conducendo delle ricerche sul roveredano Giacomo Sala, nato a Roveredo il 30 maggio 1765, emigrato come mercenario nelle truppe napoleoniche, sposatosi a Oud Tonge in Olanda nel 1803 e morto a Sommelsdijk in Olanda il 9 giugno 1818.
La famglia Sale (della Sale) o Sala è un’antica famiglia patrizia di Roveredo, della frazione di Carasole, già documentata nel 1471 ed estintasi in loco alla fine dell’Ottocento. Da questo casato uscirono parecchi costruttori, specialmente architetti, attivi dalla metà del Cinquecento fino ai primi decenni del Settecento in Germania ma anche a Roveredo. Qualche anno fa la famiglia Roy-Sala, discendente dai Sala roveredani e residente all’estero, ha fatto donazione all’Archivio di Stato di Coira del quinternetto manoscritto del costruttore Giovanni Domenico Barbieri, da cui l’amico Dr. Silvio Margadant, direttore di detto archivio, ha poi tratto il libro Giovanni Domenico Barbieri (1704-1764).
Ciò mi dà lo spunto per presentare un processo di stregoneria svoltosi nel 1613 a Roveredo contro Caterina della Sale, di 49 anni, che venne condannata alla pena capitale e quindi bruciata viva. Il processo cominciò il 1° maggio 1613 e terminò il 4 maggio essendo l’imputata rea confessa.
Caterina era figlia di Togno (Antonio) Stanga di Carasole, anche lui processato nello stesso periodo e condannato a morte [processo da me pubblicato nel 1982 sull’Almanacco del Grigioni Italiano] ed era moglie di Simone della Sale. Riassumo qui il verbale del processo.

* * *

Il 1° maggio 1613, davanti al tribunale dei Trenta Uomini, radunato a Roveredo, viene condotta Catlina molier del quondam mastro Joanne della Sale e comincia l’interrogatorio.
Interrogata: Sapete da quando tempo il quondam vostro marito sia stato ammalato ?
Risponde: mio marito è stato ammalato molto tempo.
Int.: di che malattia è stato ammalato ?
Risp.: un grand tempo è stato ammalato, hora stava a letto, hora buava, così andava trainando, hor su, hor giù, ma ultimamente si gettò a letto liberamente, così stette ammalato per il spatio de nove mesi continuamente, onde infine morse [morì], ma era consumato, di maniera che pareva se non pelle e ossa.
Int.: havete voi havuto sospetto sopra niuna persona, che gli habbia fatto malefitio ?
Risp.: Signori, nel principio della malattia noi non habbiamo havuto niun sospetto ma daindi, e un certo tempo andando il male peggiorando, venne una volta al letto a visitarlo la quondam Catarina detta della Gianna, dove disse al detto quondam mio marito, dicendo: mastro Giovanni è stata vostra nepota Catlina del Stangha che vi ha fatto malefitio, et sarà bene a gettarlo in occhio [cioè dirglielo in faccia]; et dopo venne il Reverendo Prete Sebastiano Gatto Curatore d’anime in Roveredo [il prete Sebastiano Gatti, di Maccagno, fu parroco di Roveredo dal 1602 al 1619 e fu anche Canonico del Capitolo di San Vittore], a visitarlo anchor lui, il qual disse: sarà bene a prevederli, ma mi dubito, che siate stati troppô; così il mio filiolo Domenicho in consequenza glielo gettò poi in occhio alla detta Catlina del Stangha.
Et poi mandassimo a dimandar la quondam Domenica Scurietta che dovesse venire a visitarlo, qual venne, et havendolo visto disse: non dubitate, et fate buon animo, con con l’agiuto de Iddio spero che megliorerete, et poi disse: quella persona che vi ha fatto malefitio, venerà in breve tempo a visitarve, così daindi, e puochi giorni le mie noranne [nuore] andorno al monte di Val verso Giova, et là suso ritrovorno la detta Scurietta, la qual gli dimandò se la detta Catlina del Stangha era venuta a visitare il quondam suo sudetto marito, et loro rispose: non è venuta, et questo fu la Settimana Santa, onde il giorno di Pasqua essa Catlina venne a visitarlo, sendo mi absente; imperò daindi non zà [già] noi habbiamo havuto il sospetto sopra di costei.
Int.: per qual causa havete havuto sospetto ?
Risp.: la causa è questa ch’havendo piadegiato [piadegiare significa litigare in tribunale] tra mio genero Giovan di Oliva, et loro del Stangha, quelli del Stangha si pretendevano ch’esso Giovan gli havesse promisso di pigliarla per moglie, et poi pigliò mia figlia, così morsero [morirono] poi tutti doi in un giorno; et sopra ciò habbiamo havuto il sospetto ch’essa Catlina gli habbi fatto il malefitio.
Si interroga poi Domenico figlio del fu mastro Giovanni della Sale ed egli risponde: Signori sì è vero che sendo mio padre in quella malattia et non trovando niun rimedio et tutti dicevano che era fatturato [colpito da malefìcio, da fattùra]. Così havendo il suspetto sopra la detta Catlina un giorno essendo là nei prati di Vera ghe l’ho gettai in occhio, che se gli haveva fatto malefitio ghe dovesse disfare.
Il 3 maggio prosegue il processo contro l’imputata detenuta Catlina molier di Simon della Sale, et filiola di Togno del Stanga di Carasole, indiziata come strega, malefica e donna di cattiva sorte.
Int.: Vi è mai stato gettato in occhio, che voi siate stata al giocho del berlotto ?
Risp.: Signori, io non so niente.
Int.: credete che ve ne sia delli strioni al mondo ?
Risp.: non l’ho mai creduto, nemmeno lo credo.
Int.: credete che vi sia il berlotto ?
Risp.: Signori no, nemmeno non so niente, perché dicono che vanno in un prato a ballare, et poi la mattina non vi è niente.
Int.: siete mai stata a veder in quei loghi dove andavano a ballare s’era rovinato niente ?
Risp.: Signori no, ma ho sentito dire, che se bene vanno a ballare, la mattina non si vede niente, et li anni passati se diceva che andavano suso per li campi, ma quando andavano a far li campi non si vedeva niente, et per questo credo che sia se non un straveder, perché mi non so niente; che non mi è stato insegnato niente.
Int.: et ogni qualvolta ve lo faremo dire in faccia, che direte poi ?
Risp.: diranno ben la bussia [bugìa].
Int.: credete che li strioni possino, et facciano delli malefitij ?
Risp.: Signori no, che quando ho fatto il segno della Santa Croce essi non possino far male, né a ben ch’io sappia.
Int.: siete mai stata imputata, che habbiate fatto malefitio a niuna persona ?
Risp.: Signori no.
Int.: come potete negare, che el vi è stato gettato in occhio dal Domenico filiolo di mastro Giovan della Sale, che voi havevate fatto il malefitio al quondam suo padre sudetto ?
Risp.: Signori no.
Int.: guardate bene !
Risp.: Signori sì, che il detto Domenico me lo disse, che se io havevo fatto qualche cosa a suo padre, dovesse vedere, così poi quando la consorte del detto quondam mastro Giovan mi dimandò a dimandare, così gl’andai, il giorno di Pasqua, et l’ho visto, et lui disse che era stata Cattarina detta la Gianina ghe haveva detto, che ero stata me, che gli havevo fatto io il malefitio, et esso non incolpasse me.
Int.: et da altre persone siete mai stata imputata ? Risp.: Signori no, salvo dal sudetto Domenico.
Int.: chi ha fatto il malefitio fatto a Giovan de Oliva detto il Rachione di Beffano, et alla filiola del quondam sudetto mastro Joanne, sua consorte, quali son morti di male di ponta ? [il mal di punta coincide con malattia dei polmoni].
Risp: io non so niente, manco inteso, che son morti di male di ponta.
Int.: esso quondam Joanne Oliva vi haveva promisso niente a voi ?
Risp.: Signori no, eccetto che la madre del detto quondam Rachione gli scrisse al detto suo filiolo in Germania, et gli mandò a dire, se esso voleva pigliare per consorte la Cattarina filiola del Togno del Stangha dovesse mandarli risposta, dove esso gli scrisse alla detta sua madre, che lui voleva fare tutto quello essa voleva, ove poi lei venne da me, et disse, che se io volevo promettere di pigliare suo filiolo per mio marito, così io gli ho promisso, ma quando lui venne a casa, ne pigliò poi un’altra filiola del quondam mio Barba [zio] Joanne della Sale, quali poi dopo stettero pocho tra di loro in compagnia, et morsero [morirono] in un giorno, ma io non gli ho colpa alchuna; et pro facto dimittitur ad suum lochum in carceribus ad cogitandum de veritate dicenda. Et poi si è fermata a ragionare, et divisar al longo con prefati Signori: nihil ad propositum dixit. Et post multas interogationes et exortationes fuit interrogata:
Chi sono stati, chi vi ha portata ovvero condotta là a quel giocho del berlotto ?
Risp.: io son stata in Vera sendo di giovenile età, nel qual luogo io non so chi mi habbia portato là, et adesso son d’anni 49. Così gli son andata sin che io son confessata, che fu il martedì passato alla domenga delle olive, l’ultima volta, et là mi presentò al falso innimicho, nominato Martino, così quelli che mi portarono là dissero: vi ho zà [qua] un bel presente, et esso disse: io l’accetto, et poi mi fece dare del culo sopra la Croce, rinnegar Iddio et il Battesimo, et poi mi fece accettar il Diavolo per mio patrone, et Signore.
Int.: et dopo la rinontiatione, et conculcatione della Croce, che altro vi fece fare ?
Risp.: mi diedero un moroso nominato Martino, il quale era un Diavolo, ma pareva come un huomo, ma non come gl’altri, et poi mi faceva stare con la faccia per terra, et la mane sinistra appoggiata in terra, et la destra pondata al fiancho, così usava meco de drio via, qual giusto non mi pareva, come quello di mio marito, così volta la sera usava meco et poi mi faceva ballare con il detto mio moroso; dandomi anco della carne da mangiare, la si coceva in un caldirone.
Int.: chi faceva cuocere la carne, et dove la pigliavate ?
Risp.: pareva che andassimo a pigliare le bestie ad uno, e un altro, et pareva che le mazzassimo, et che le cocessimo, ma il giorno pareva un niente, perché vedevamo le bestie vive et perciò credo che sia se non un stravedere; perché quando arrivavamo a casa eravamo morti di fame.
Int.: ei dicho, di queste bestie che parevano che mazzastevi, non ne moriva niuna ?
Risp: Signori no, salvo quelle che determinavamo andavano così disseccando.
Int.: dopo ballato, et fatto le cose sudette, dove andavate ?
Risp.: andavamo a casa dopo che eravamo stato là 4 ovvero 5 hore, hor più, et hor mancho.
Int.: quando andavate là al detto giocho, a che hora andavate là ?
Risp.: hora alle 3, hor alle 4, et 5 secondo commodità, et la giobbia [giovedì] di notte.
Int.: ei dicho, dittene un pocho, vostro marito quando andavate là non si accorgeva ?
Risp.: Signori no; perché partendo lassiamo lì un folletto che pare il nostro corpo.
Int.: ma se vostro marito si svegliasse, et che volesse usar con voi, che cosa dice poi ?
Risp.: gli facciamo, che sin che ritorniamo non si ponno svegliare.
Int.: ma quando havete filioli piccoli, et che piangono, come puotete fare, che non piangono, et vostro marito non li sente ?
Risp.: prima li ordeniamo bene tanto puossono, così finché ritorniamo, et poi andiamo a Santa Maria di Calanca, dove ritroviamo un’ herba la qual si dimanda d’arnica, et ghe mettiamo sotto al cossino, per il che non si puonno dissedare sinché ritorniamo, et detta herba è anchor buona a far profumo alli denti a chi gli duole.
Int.: ei dicho, chi ve l’ha insegnato di pigliare la detta herba, che havesse tal perfetione ?
Risp.: son morti, et di gratia non mi state a dimandar più oltre.
Int.: dopo haver fatto le sudette ationi, che cosa vi diede da portar a casa ?
Risp.: mi dava danari, et carne, ma quando rivavamo a casa ci ritrovavamo senza.
Int.: ma quando vedevate che vi ingannava, perché ritornava, et arrivati a casa non ritrovavate niente ?
Risp.: andavamo per spasso, et diletto in ballare, et saltare, et usare seco con il detto mio moroso contro natura, come fanno le altre bestie, et animali, in forma di un becco.
Int.: che altro vi diedero per portar a casa ?
Risp.: mi dava dell’onto [unguento] in un busselino per ongere la rocca, la qual rocca la ongevo in nome di quello patrone, cioè del grand Diavolo, qual dopo onto diventava in uno becco, sopra il quale gli montava, a cavallo, et mi portava per aria, al detto giocho del berlotto, et là ancora stavamo a cavallo mentre ballavamo, ma quando usavamo con il detto Martino mio moroso, io dismontavo da cavallo, et esso becco haveva suso la bria [briglia].
Int.: in qual luogo vi portava il detto becco ?
Risp.: mi portava in Vera, nel prato grande, nelli prati di Bellegio, nelle Mondane, in Bettogia, in Tri, in prato maggiore, nelli prati delli Signori di Martinone, in Giova, nel prato bello, su in Oltra di fuori dal Rial di Grono, in Gardellina, in Campagna di Santo Vittore di sotto la cappella per quei prati.
Int.: ei dico, nelli sudetti luoghi, con chi havete ballato, et havete visto, et conosciuto realmente, et personalmente, hora dittenelo.
Risp.: Signori ho visto, et conosciuto realmente le infrascritte persone, come sotto segue. Et poscia dice: ho visto gente assai, ma io non voglio dire, che bastando il mio peccato che ho confessato.
Quo facto dimittitur inquisitam ad suum locum in carceribus, ad cogitandum de veritate dicenda. Viene quindi di nuovo interrogata e confessa l’elenco delle persone da lei viste e conosciute al gioco del berlotto che sono:
Maddalena detta la Bassotta, Catlina moglie di Giovanni del Roden, Orsina moglie del Cattaneo, Margherita Reguscietta che sta in Bellegg, Begnuda moglie di Alberto Garbetto, Maddalena moglie di Giovanni Giulietti, Maddalena moglie di Stevenino, Giovanni del Cabbiolo, Tonnola del Tengio, Tommasino della Pisna, la figlia di Zanina da Prao maritata col Zannucco, Maddalena moglie del Ministrale Giovanni Battista de Sacco, la Maffia del Meino, la Stefana moglie di Giulio Giulietti, Domenico di Stefano del Tartaino, Margherita moglie di Francescone, Marghitola Mandrini moglie di Simone Albertalli, Margherita Zingherlina di Beffano, sua cugina, la figlia della Barbaiada la qual ha partorito un bastardo a Bernardo Rossini, la Catlina figlia di Elisabetta del Tonascia, il Taddeo di Monticello e sua moglie, Pietro Vannola d’Amico, il quale teneva i presenti di carne in Gardellina “per stravedimento, perché il Diavolo per 3 volte fa strevedere”, Catlina moglie di Erminio di Clementone e figlia di Tejola del Fodiga, Mafia moglie di Clementone da Grono, Erminio figlio del fu Clementone, Maddalena moglie di Pietro Bolzoni detto Coduro, Gada Mascietta di Roveredo.
Viene poi immediatamente convocata Margherita detta Reguscietta di Roveredo, confrontata con la detta Caterina del Stanga.
Interrogata: detta Cattarina, conosci tu costei ?
Risponde: Signori sì, che la conosco.
Int.: ei dico, dove l’hai conosciuta ?
Risp.:l’ho conosciuta là al gioco del berlotto, a ballare, et saltare, in Vera, Gardellina, et altri loghi dove son stata mi.
Quindi si convoca Maddalena detta la Bassotta, confrontata con Caterina Stanga.
Int.: detta Cattarina, conosci tu questa donna ?
Risp.: Signori sì che la conosco, et l’ho vista al gioco del berlotto, a ballare di notte, et saltare nei loghi di Vera, Gardellina, et Belleggio, et in tutti li loghi dove io son stata mi.
È quindi la volta di Caterina moglie di Alberto Garbetto.
Int.: detta Cattarina del Stangha, conosci tu costei ?
Risp.: Signori sì che la conosco.
Int.: ei dico, chi è costei ?
Risp.: è Cattarina molier di Alberto Garbetto, la qual l’ho vista et conosciuta al gioco del berlotto, a ballare in Vera, in Gardellina, in Belleggio, in Tri, et altri loghi dove son stata me.
Il 4 maggio si prosegue col processo e l’interrogazione dell’imputata che questa volta confessa di aver visto al gioco del berlotto Mafia figlia di Martino Scirolo, nuora della Possina, Domenica figlia di Battista Scirolo e moglie di Gaspare Scilicone, una bastarda figlia del Gnazio di nome Giovannina, Pietro del Togno [Togni] cognato di Martino Scirolo e di Battista Scirolo, Righetto figlio di Zanetto del Togno; in Buseno li bongiatti [abiatici] e pure Zann Taschetta, Giovanni Fumi Raistera e sua moglie, Giovanni e Pietro Fumi fratelli, Martino Borsetta e Caterina sua moglie, Antonio Trina, Michele Cerroti, Zann Gambini, Stefano Stevenoni.
Sempre il 4 maggio, davanti ai 30 Uomini.
Onde havendo prefati Signori inteso il pianto delle querele fatte menare per li Signori fiscali, et la risposta della parte rea, in risoluzione di quelle, visto, et letto la sua confessione, hanno prefati Signori sententiato, et giudicato, che detta Cattarina sia ritornata nella carcere al suo logo, et poi condotta al loco della tortura, et ivi esperimentata con un collegio di corda, il primo senza contrappeso, il secondo il simile, il terzo con il contrappeso piccolo, secondo il consueto modo.
In esecutione della qual sententia utsupra si è fatto condurre la sudetta Cattarina al loco della tortura et ivi sopra la scabella sentata, disligata, et de plano [cioè senza tortura] interrogata:
Che altro fuori dall’onto per portar a casa vi diede ?
Risponde: mi diede della polvera in un palpe [foglio di carta] il sudetto falso inimico, qual mi diceva che doveva doprare a fare delli malefitij.
Item ligata, sentata utsupra et interrogata: a chi ne hai con detta polvera ?
Risp.: nemini. Item tirata in alto senza contrappeso et interrogata modo suprascripto.
Risp.: non l’ho adoprata a niuna persona, che l’ho missa in un beggio [buco] d’un muro sotto alla lobia in un palpe, et l’onto è sotto un sasso nel fogolare.
L’interrogatorio prosegue con la tortura e alla fine vengono verbalizzate le confessioni estorte, che sono le seguenti.
1. Io ho fatto malefitio a mio Barba [zio] Joanne della Sale, mettendoli adosso la polvera in nome del grand Diavolo, che dovesse malarsi, stentare, et disseccare, et poi morire; così si ammalò, et disseccò, et morse [morì] per quello; la causa è perché mi fece andar dalle mani Joanne Rachione, qual mi haveva promisso di pigliarmi per molier, et esso gli diede sua filiola per moglia; così è per mi stato gettato in occhio per Dominico suo filiolo.
2. Item ha confessato haver fatto malefitio a Margarita uxor Joannis Baptistae del Stangha, ponendoli dentro della detta polvera nel latte milcho dato da mangiare, in nome sudetto, che dovesse malarsi, et per quello male disperse poi una creatura per aborto; fu perché il Diavolo instava.
3. Item ha confessato haver fatto malefitio a Joanne Rachione, et a sua consorte Madalena, gettandoli adosso della detta polvera in nome sudetto essendo suso a casa di suo socero mastro Joanne della Sale, che dovesse malarsi di mal di punta, et poi morire, qual male gli venne et sono poi morti tutti duoi in una notte; la causa è perché esso sendo in Germania mandò una litera a sua madre che la voleva pigliare per moliere; così giunto a casa pigliò poi quell’altra.
4. Item ha confessato esser stata in compagnia d’altri a far tempeste 3 volte: la prima in Val Crovola, la seconda in Memo, la terza volta in Piz Martino, quali le mandorno fuori alla montagna alli sassi, così adopravano acqua, et sabbione pienendoli dentro alla detta polvera in nome utsupra, tenendo una bacchetta di colorio [coléri, cioè nocciòlo] in mano, trusando dentro.
5. Item ha confessato haver portato 3 ovvero 4 volte al detto gioco del berlotto un suo filiolo piccolo nominato Tonnino, qual è di età d’anni cinque, ovvero sei, et l’ha presentato a Diavolo, dicendo vi ho zà un presente, et esso disse: io l’accetto; portato in Vera, in Gardellina, et in Belleggio, al quale il Diavolo lo fece conculcar la Croce, rinnegar Iddio, renontiar il battesimo, et accettar il Diavolo per suo patrone, et Signore.
6. Item ha confessato che quando non andava là, il Diavolo la minacciava.
7. Item ha confessato haver portato là al detto gioco un filiolo filio di Bastiano della Sale suo cugino, qual è morto in Vera, sendo piccolo, in fascia, et l’ha presentato al Diavolo, et lui l’accettò poi, et andiarno fuori, et dentro dalli busi degli usci, che il Diavolo fa strender così et acciò non si accorgeno li patre, et matre, lasciano un segno che pare creature.
Il finale dell’interrogatorio è il seguente:
Int.: da chi siete stata portata là la prima volta al detto gioco del berlotto ?
Risp.: mi portò la fu mia anda [zia] Marghit de Rigascio. Ei dicto, chi altri havete visto al detto giocho ?
Risp.: ho visto Orsina uxor Sebastiani della Sale ubique; item mio padre Togno del Stangha, ubique supra. Il qual ballava con Maddalena Bassotta.
Infine confessa di non aver detto nient’altro che la pura verità e di non far torto a nessuno.
Si interroga pure Martino Borsetta di Buseno del quale Caterina conferma:
Signori sì che lo conosco et è lo Martino Borsetta il quale l’ho conosciuto in Giova a ballare di notte al gioco del berlotto.

Il verbale venne steso dal Cancelliere Antonio Castellino, pubblico notaio di Grono. Sul quinternetto del verbale non figura la sentenza, ma su un altro manoscritto con gli indiziati di stregoneria fino al 1627, questa Caterina fiola di Togn del Stanga e moglie di Simone della Sale, accusata da 5 persone, risulta che fu condannata a morte e bruciata viva ai Tri Pilastri.

Questo verbale di processo dà un’idea di come nella realtà si svolgessero le cose.
Una persona accusata da almeno tre altre in precedenti processi veniva automaticamente incarcerata (nel veccho edificio della Zecca roveredana) e quindi processata.
Ma poiché non si poteva condannare nessuno se non fosse stato reo confesso, la legge prevedeva la tortura che era quella del curlo [carrucola].
La persona processata, con le mani legate dietro alla schiena, con una corda che passava sopra un curlo appeso al soffitto, veniva sollevata e interrogata, poi lasciata cadere di botto.
In seguito ai suoi piedi venivano appesi i contrappesi piccoli (sassi pesanti sui 10 kg cadauno), infine venivano appesi ai piedi i contrappesi grossi (sassi pesanti il doppio), con gli effetti facilmente immaginabili.
Parecchi imputati morirono durante le torture e vennero seppelliti sotto il pavimento delle cantine della Zecca.
Evidentemente la tortura “facilitava” la confessione.
Qualche imputato riuscì a resistere alle torture, a non confessare niente e quindi, magari dopo un mese e mezzo di processo, veniva assolto e liberato, ma con il grave peso che le spese giudiziarie doveva pagarle lui e il tribunale si prendeva in pagamento l’equivalente delle spese sui suoi beni (prati, campi, ecc.) per cui il tapino si ritrovava sì libero, ma povero in canna ? Dura lex, sed lex.

Sulla base dei verbali di stregoneria ancora conservati e che conosco molto bene, si potrebbe spiegare molto meglio quella che fu questa aberrazione dei nostri antenati di alcuni secoli fa.
Resto a disposizione di eventuali interessati per ulteriori informazioni.

Cesare Santi

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“Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.”

ORIANA FALLACI

 
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