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venerdì 31 luglio 2009.
IL GERGO

Il termine gergo designa un linguaggio convenzionale parlato da certe classi di persone, con il chiaro intento di non farsi comprendere da altri, oppure con lo scopo di marcare l’appartenenza di chi parla a un certo gruppo. Già usati fin dal Duecento - tanto che il vocabolo deriva dal provenzale gergons, poi nel francese come jargon (argot) - i gerghi servirono in particolare alle corporazioni artigianali (spazzacamini, ombrellai, magnani, peltrai, lattonieri, muratori, ecc.), ma anche ad associazioni più o meno segrete (per esempio alla massoneria), alla malavita, agli zingari. Le corporazioni artigianali medievali erano delle associazioni di categoria col dichiarato scopo di difendere gli interessi dei propri affiliati e per questo avevano delle rigidissime regole, per non lasciar uscire dalla propria cerchia per esempio i segreti del mestiere ed è quindi logico che questi adepti, tra di loro, usassero un linguaggio particolare, per non farsi capire dagli estranei. Anche nelle Confraternite cattoliche, per via del mantenimento del segreto vigevano regole rigide, anche se un vero e proprio gergo non era in auge, perché, con tutto l’armamentario in latino ce n’era da vendere. E qui mi piace affermare che non è assolutamente vero quanto pubblicato da parecchi “storici” nel senso che un tempo con il latino i nostri avi non comprendevano niente. Io ho rintracciato molti quinternetti manoscritti mesolcinesi nei quali sono scritte le traduzioni in italiano delle più importanti preghiere e formule ecclesiastiche. E giova anche precisare che è appurato che molte delle regole delle Confraternite vennero riprese da quanto c’era nelle Corporazioni medievali e dal 1717 (quando venne fondata la Massoneria speculativa che rimpiazzò la precedente operativa), anche le Logge massoniche presero ad esempio molte cose che esistevano nelle Confraternite cattoliche. Nel Novecento, con la trasformazione della società, i diversi gerghi, specialmente quelli artigianali, andarono scomparendo e oggi solo pochi vecchi conoscono ancora qualche parola gergale usata dai loro padri, nonni e antenati. Alcuni vocaboli gergali sono però rimasti nei vari dialetti. I gerghi sono anche detti lingue furbesche. Il mio compianto genitore, quando voleva indicarmi che una persona era affamata, diceva che el gh’à adòss la sgaiósa , usando una parola del gergo degli spazzacamini entrata poi nel dialetto soazzone e in altri dialetti, poiché sgaiósa per gli spazzacamini significava fame. Una curiosità gergale è che ancora oggi a Mendrisio viene usato il cosiddetto larpa iudre, cioè il parlà indré, sillabando le parole dialettali dalla fine all’inizio. Il gergo degli spazzacamini è anche detto taróm, quello dei magnani della Valcolla e Val Cavargna è nominato come rügín, mentre il tarùsc è il gergo degli ombrellai del Lago maggiore. I facchini e brentadori della val di Blenio che andavano a lavorare a Milano tra il Quattrocento fino all’Ottocento avevano un proprio linguaggio detto rabìsch, cioè arabeschi. È noto che nei secoli scorsi la maggioranza degli spazzacamini che furono attivi in tutta l’Europa, provenivano solo dalle Val Vigezzo, Val Cannobina, Centovalli, Val Onsernone, Valmaggia, Locarnese e Val Mesolcina, con l’indiscusso centro da cui provennero le più importanti dinastie di spazzacamini nell’Alta Mesolcina (Soazza e Mesocco).

Alcuni vocaboli del gergo degli spazzacamini

Come detto, alcuni di questi vocaboli gergali si trovano ancora nei nostri dialetti. Per esempio: béita, pancia, ventre; bottàsc, idem; bojàca, minestra; caparùssa, cuffia di spazzacamino; garòlf, cane; ghígna, faccia, da cui il verbo ghignàa; gràtta, il raschiatoio degli spazzacamini, da cui grattàa, rubare; girimòlda, chiave, da cui poi anche grimaldello; imbrocàa, maritarsi, che poi oggi dialettalmente significa trovare la strada giusta; lìpa, scopa e lipín, scopetta; rùsca, lavoro ma anche spazzacamino, da cui ruscàa, lavorare. La rùsca è la corteccia degli alberi e in passato da noi c’era molto lavoro nel ruscàa specialmente i roveri e gli abeti e larici, sia per ottenere il foraggio per il bestiame, sia per ottenere la corteccia da fornire alle concerie di pelli, oppure, dalle conifere, la ràsa (resina) che serviva per fabbricare saponi, unguenti, per i bottai, i calzolai, ecc. E la ràsa veniva fornita sia come raccolta, sia trasformata in pece; scajàa, pagare; scartabelàa, scrivere da cui scartabèla, lettera;; sgaiósa, fame; sghéiza, fame; sgnàppa, grappa; ròcc, cappello; lìma, camicia, cramagnòla, giacca; tirànt, brache; sciarabàtol, scarpe, téncia, fuliggine, tencìn, paiuolo; sgrìfia, mano, smèssar, coltello, da cui smessaràda, coltellata (dal tedesco Messer).
I nostri emigranti spazzacamini non hanno solo apportato soldi e benessere ai parenti rimasti in Valle, ma pure hanno lasciato traccia del loro gergo.

Il gergo della malavita

Il compianto amico Dott. Sergio Jacomella, che veniva sempre in vacanza nella sua casetta al Pian San Giacomo si era occupato con un suo articolo su “Azione” del 30 maggio 1996 del gergo della malavita, corredandolo anche dai segni di riconoscimento dei malavitosi e dai segnali dei malintenzionati. E citava alcuni esempi. Le manette sono chiamate “gli occhiali di Cavour”, il vigile notturno “la nottola”, il vigile urbano e il poliziotto hanno tutta una serie di denominazioni gergali: “bajoun”, “maso”, “pungolist”, “stravacavoli”, “brighèla”, “tacchino”, “ghisa”. La confessione ü detta “vomito”, “cappotto di legno”, “cassa da morto”, l’avvocato “blanchisseur”, la cassaforte “contessa”, “marmotta”, “tomba”, il portafogli “quaglia”, l’orologio “lumaca”, la luna “spia”, la polizia “madama*, la prigione “santina”, l’evaso rifugiato sui tetti “tintarella di luna”.
Nel 1991 è uscito da Mondadori a cura di Ernesto Ferrero, il Dizionario storico dei gerghi italiani dal Quattrocento a oggi. Vi sono raccolte moltissime parole gergali, alcune presenti anche nei nostri dialetti, molte altre usate dalle associazioni malavitose dell’Italia meridionale come la Mafia, Camorra, N’drangheta, Sacra Corona Unita.

Il gergo degli ombrellai

Gli ombrellai provenivano in gran parte dalla zona del Verbano che va da Baveno ad Arona ed avevano un proprio gergo. L’ombrellaio era detto lusciàt e l’ombrello lùscia e il ricco gergo venne raccolto in un libretto stampato a Varallo Sesia nel 1973, Il Tarùsc, la parlata degli ombrellai. Per dare un’idea, riproduco questo esempio in tarùsc, che era l’invito del padrone ombrellaio al suo garzone:

Sta lüsüsa ël téu tona ficarâi a ravajtà
Stamattina tu andrai a girare
për la böla a tapà fort:
per il paese a gridar forte
Gh’è rivà ’l lusciàt
è arrivato l’ombrellaio
Sta imbrüna et ficarâj a la crugia del Peru
Questa sera andrai alla casa del Pietro
a disbalà ch’el neust tona
a dire che noi
cubiaruma a la seu cafana in la frisa.
dormiremo nella sua stalla sulla paglia.

Gli ombrellai, come anche i vetrai, gli arrotini (i moléta), i magnàni, eccetera, erano degli ambulanti e giravano con i loro utensìli sempre con uno o più garzoni che mandavano avanti ad annunciarsi. Ecco alcuni vocaboli del loro tarùsc: gnàzi, servo, sghéi, soldi, crügia, casa, mägiurênk ëd la crügia, capo della casa, morchì o picinà, mangiare, sbarlì, morire, sbarliósa, morte, rémul, cucchiaio, raspänta o sgarbänta, gallina, tabùi, cane, culubijn, caffé, pastón, risotto, barùsc, berretto, grìnta, faccia, svéntul, orecchie, lesnón o luzón, poltrone, barusciàt, berrettaio, brüsapignàt, cuoco, sbrügna sajócul, picapreda, piccapietre, scalpellino, sbrugnabäcàgn, medico, smenà, perderci. Quando io ero bambino gli ambulanti che aggiustavano ombrelli e affilavano coltelli e forbici oramai erano tutti degli Schliefer [zingari], nel Grigioni appellati Jenisch [si veda il libro uscito nel 2008, Puur und Kessler - Sesshafte und Fahrende in Graubünden].

Il gergo dei peltrai e lattonieri della Valle Anzasca

La Valle Anzasca che da Piedimulera conduce alle falde del Monte Rosa, è popolata da generazioni di lattonieri ambulanti che furono attivi in tutta Europa e da questa zona e anche da Macugnaga e dalla Val Formazza si sparsero poi già fin dal Duecento quelle popolazioni denominate Walser (da noi i primi che si stabilirono in Valdireno, giurarono fedeltà ai Signori de Sacco del castello di Mesocco nel 1274). Ecco alcuni vocaboli del gergo del lattonieri della Val Anzasca confrontato col dialetto di Macugnaga.

lòrnia - Wasser, acqua; èrbiz - Fseil, asino; scabià - trinchen, bere; piòla - boutesìn, bottiglia; tnìna - Chelder, cantina; guarnéra - Fleisch, carne; cróggia - Huus, casa; landà - Chilchu, chiesa; ruff - Fir, fuoco; raspànta - Hennu, gallina; vedranié - Sturzler, lattoniere (che noi poi chiamiamo tolé o tolàt); ciòspa - Muter, madre; bója - Suppu, minestra; ciàsp - Fater, padre; ciuvéga - Scherin, maiale; scàbi - Vin, vino.

Dopo questi minimi esempi, potrei continuare sull’argomento con parecchie altre pagine. Ma il mio scopo era solo di dare un’idea dell’argomento.

Un libretto molto interessante sul gergo venne pubblicato nel 1940: Dizionario del gergo milanese e lombardo. Il patrimonio condensato nei nostri dialetti e anche nei gerghi dei nostri artigiani emigranti è enorme. Peccato che più nessuno si dia la pena di studiarlo ! Nel dialetto, con i suoi proverbi e modi di dire, e nei gerghi, abbiamo un buono specchio della nostra cultura, che si capisce immediatamente poiché l’italiano talvolta non rende sufficientemente i concetti popolari. Purtroppo oggi (e l’ho costatato personalmente) molti giovani nostri, nati e cresciuti da noi, ignorano quasi completamente il dialetto e vanno avanti con un italiano infarcito di vocaboli specialmente inglesi (di cui non conoscono nemmeno il primitivo e giusto significato). Si tratta di un grande impoverimento culturale.

Cesare Santi

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Ogni uomo può dire quante oche o quante pecore possiede, ma non quanti amici.

Cicerone

 
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